Il mio primo Shakespeare. Nicola Fano, Lia Tomatis, Donatella Musso.

Sei appuntamenti dedicati all’eredità di Shakespeare hanno accompagnato il pubblico del Teatro Astra da febbraio alla scorsa settimana. Oggi e domani le 6 mise-en-espace approdano nella suggestiva cornice del Circolo dei Lettori, in una maratona che celebra i 400 anni dalla morte del Bardo, che cade proprio nella data del 23 aprile.
I sei autori che si sono misurati con le riscritture/rielaborazioni di alcuni testi dell’autore inglese si sono chiesti, traducendone le risposte in un composito materiale letterario, quale sia stato l’effetto (al di là del teatro in senso stretto) di Shakespeare sul mondo, sui modi della scrittura, sui rapporti tra individui, e hanno disegnato uno Shakespeare vicino alla contemporaneità.
Nicola Fano, Lia Tomatis e Donatella Musso, le cui pièce sono in scena questa sera dalla 19 al Circolo dei Lettori, ci hanno regalato un ricordo del loro primo Shakespeare:

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE, di Nicola Fano
Il primo Shakespeare della mia vita era un Amleto che mi ha fatto dormire. Certo, avevo visto tanti altri Shakespeare, prima; e ancora di più ne avevo letti, ma il sonno che mi avvinse davanti a quell’Amleto (con Gabriele Lavia e Monica Guerritore, saranno stati trent’anni fa) mi fece scattare dentro qualcosa di nuovo. Nella vita ho visto alcune migliaia di spettacoli teatrali: due sole volte mi sono addormentato. Una volta fu colpa mia, poiché ero troppo stanco; l’altra volta fu merito di quell’Amleto. Dico merito perché alle volte il sonno dello spettatore genera sogni di poesia, non necessariamente mostri. Allora, mi irrigidii di fronte alla impossibilità di condividere i tormenti di quel giovane pazzo e mi risolsi a pensare che Shakespeare lo aveva pensato e scritto in modo diverso. E allora mi convinse che fosse possibile tirare per la giacca quell’autore, senza che lui se ne avesse a male. Per questo, da allora, ho continuano a tirarlo per la giacca: a portarlo di qua e di là nel passato e nel presente delle sue storie e delle nostre storie. Forse, sui miei libri o davanti ai miei spettacoli qualcuno si sarà anche addormentato: ma, se è successo, sarà stata colpa mia e merito di Shakespeare.

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE, di Lia Tomatis
Non saprei dire quando è stato il mio primo “incontro” con Shakespeare, anche perché le sue parole sono oggi talmente diffuse non solo nell’ambito culturale del nostro vivere, ma anche nel quotidiano, nei nostri modi dire, di fare, di pensare, che molto spesso lo incrociamo inconsapevolmente. Quello che vorrei condividere, invece, è un pensiero sul perché Shakespeare e la sua poesia sono così inevitabilmente importanti. Sono parole che ho scritto mentre stavo completando la prima stesura de Il sogno di Bottom, dopo aver riletto La tempesta: “C’è talmente tanta Bellezza nel mondo che se la percepissimo davvero tutta forse non resterebbe spazio per nient’altro. Distratti dalla Bellezza. E chi mangia più? Chi dorme più? Deve essere per questo che ci siamo involuti disimparando la Bellezza. E ora siamo grassi, dormiglioni e col fiato corto. Che gran lavoro la Bellezza invece. Che ti manca il respiro, che ti passa l’appetito, che ti tiene sveglio in piena notte e ti fa sognare in pieno giorno. Una fatica la Bellezza. Ma vale la pena, eccome se vale la pena.

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE, di Donatella Musso
Sogno di una notte di mezza estate, a cinque anni.
Cugini e amici sono accolti in una antica casa detta Il Mondo.
Circolano copioni del Sogno scritti a mano con inchiostro viola. Adulti e bambini si aggirano tra le stanze e in giardino, entrano negli attimi oscillanti dell’inizio. Forse è già sera, sui tavoli ci sono molte candele accese.
Un Puck truccato con carbone è mio cugino Erberto. La sua ultima fidanzata si chiama Soave, attrice a Roma, pettinata alla Veronica Lake, è Titania e io la seguo incantata, ornata come è di penne di pavone, ma di Titania ce ne sono anche altre due, tutte con copione in violetto, si alternano, si scambiano i tempi, ridono con la bocca rossa. I miei genitori si sdoppiano, diventano altro dalla abituale vita di casa. Mio padre, di tanto in tanto, mi raggiunge e mi accarezza, ha la mano calda e forte. Un altro cugino, Angelo, mi conduce a un interruttore centrale e mi invita a spegnere e a accendere a volontà. Sono maestra di luce.
Percepisco che il rito si celebra in casa, lungo le scale, e fuori, sotto gli alberi.
Gli adulti che vedo immersi in un gioco teatrale sono giovani shakespeariani che vogliono vivere, sono tutti passati attraverso una guerra che ha ucciso alcuni loro amici, sono l’Italia che cammina.
Da allora quella festa è profondamente finita. Rimane una vasta pace inconsolabile, quella dei fulgori.