CLEOPATRÀS

Giovanni Testori / Valter Malosti / Anna Della Rosa

Lo spettacolo ha debuttato l’8 settembre 2020 nell’ambito di SUMMER PLAYS / FCT25

«E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;»

Dante, Inferno, Canto V, vv. 46/49

 

Tre Lai (CleopatràsErodiàsMater Strangosciàs) sono il testamento ultimo di Giovanni Testori (1923-1993) e il vertice della straordinaria stagione creativa dello scrittore. Queste eroine a cavallo di un trapasso epocale, tra loro contemporanee e lontanissime, dalla morte riemergono per raccontarsi e piangere sul corpo dell’amato e raccontare a noi tutti il mistero per eccellenza, quello dell’Amore.

Per Cleopatràs che piange il suo Antonio, il suo Tugnàs, Testori reinventa l’Egitto romano di Shakespeare inserendolo nella topografia della sua amata Valassina (nel Triangolo Lariano), in un fuoco di fila di invenzioni di lingua, sorvegliate da una grande poesia memore della Commedia di Dante e della sua «Cleopatràs lussurïosa», consegnandoci una figura che acquista una dimensione terrena e sensuale, sempre sull’orlo di una straziante e perturbante ironia.

Assistiamo all’ultima ora di vita di una grande regina, gran signora, menagèr, star, soubrette al tramonto di una vita grandiosa, a cui sfilano davanti agli occhi le immagini e i suoni salienti della sua vita piena di eros, di amore, di soldi, di passione e anche di tenerezza.

Dopo aver sfondato i limiti della vita con il suo amatissimo Antonio, Cleopatràs varca il limite ultimo della vita e raggiunge il suo amore nell’aldilà, sperando che ci sia un aldilà e che non finisca tutto in «merdità».

C’è un prezioso documento che Piero Nuti ha custodito gelosamente nell’archivio suo e di Adriana Innocenti: una emozionante lettura fatta in ospedale al San Raffaele da Giovanni Testori dei suoi Tre Lai. In quella registrazione non si riascolta solo la voce di Testori ma qualcosa in più, qualcosa di più intimo: uno spiraglio della sua grande anima. Traspare anche la cura estrema nel far sentire il ritmo del verso, gli a capo, la concretezza. Come nei versi di Shakespeare infatti non c’è nulla di astratto. Tutto passa attraverso il corpo, tutto è concreto, e soprattutto il senso e i significati passano non solo dalla comprensione, ardua a volte, ma dalla musica delle parole e dal ritmo che le sospinge, ed è come se il fiato stesso di Testori le sospingesse a farsi corpo dalla parola scritta.

Del testo esistono vari manoscritti e ad alcuni dattiloscritti con correzioni d’autore. È stato di grande ispirazione vedere tutte le variazioni contenute in una serie di versi, specie quelli più tormentati: una sorta di testo parallelo sotterraneo e ricchissimo, un fiume che scorre sotto terra e che ogni tanto si affaccia in superficie.

Il ragazzino che porta il «fatal cestino» non è una sagoma di lamiera «culurada» come sta scritto nel testo originale, ma nel nostro spettacolo è un ragazzo in carne ed ossa. Ricordiamo di passata che in Antonio e Cleopatra di Shakespeare il personaggio che portava il cestino con l’aspide era «un clown» sboccato e infernale, chissà, forse un’immagine del diavolo, un essere che accompagna alla morte.

La scena è insieme astratta e concretissima. Studio televisivo, tomba e stanza d’albergo. Nero e oro a dominar su tutto. Una installazione visiva e sonora che parte dalla musica di Puccini, attraversa la scena musicale egiziana contemporanea e viene sommersa da una violenta e inesorabile onda elettronica.        (V.M.)

di Giovanni Testori

Con Anna Della Rosa
e con Marcos Vinicius Piacentini

Progetto sonoro Gup Alcaro
Scene e luci Nicolas Bovey
Costumi Gianluca Sbicca
Cura del movimento Marco Angelilli

Regia Valter Malosti

Una produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Festival delle Colline Torinesi