La danza del calcio

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.
Così scriveva Pier Paolo Pasolini, mescolando nel calderone della vita sacralità, teatro, spettacolo, sport. Non solo poeta, autore e regista, ma anche calciatore (a quanto pare una ”discreta ala destra”), e teorico del football quale sistema di segni, cioè vero e proprio linguaggio, con le sue caratteristiche intrinseche.

Pasolini durante una partita di calcio

Pasolini durante una partita di calcio

Pasolini non rappresenta l’unico esempio di incontro tra mondo dell’arte e dello sport: il calcio di Umberto Saba, raccontato in Cinque poesie per il gioco del calcio, ad esempio, è quello visto dal filtro di un poeta, che rimane sgomento da come l’esperienza di una partita diventi strumento preferenziale di unione, del sentirsi insieme, un’occasione per realizzare uno dei rari attimi disinteressati, collettivi, appassionati del vivere umano (Piaceva/ essere così pochi intirizziti/ uniti,/ come ultimi uomini su un monte,/ e guardare di là l’ultima gara.).
E in queste giornate di Europei e di raccoglimento intorno alla fede calcistica, con l’Italia che mette tutti d’accordo e riaccende le passioni di una nazione intera e solletica i sogni dei bambini di diventare calciatori, appare molto interessante la proposta della danzatrice e coreografa catalana Vero Cendoya che, nel suo La Partida (in prima nazionale per Teatro a Corte il 16 luglio, alle 19, nella suggestiva cornice del Castello di Racconigi) schiera su un campo/palcoscenico cinque danzatrici e cinque giocatori di football, creando una strana commistione che mescola le regole del calcio alla danza, cercando le affinità tra le due discipline. Vero Cendoya, formatasi presso il Dipartimento di Danza Contemporanea dell’Istituto di Teatro di Barcellona, ha fondato l’omonima compagnia nel 2008, sperimentando la collaborazione con artisti provenienti da discipline composite (dal cinema alla musica d’avanguardia, dal trasformismo alla poesia e alla pittura).
La coreografa catalana si domanda che cosa abbia in comune lo sport con la danza e perché le masse si lascino così tanto affascinare dal calcio, e risponde a questi quesiti con ironia, creando vivaci occasioni di confronto tra mondi lontani e potenzialmente contrapposti. Il risultato è una proposta di riflessione sulle necessità e priorità dell’essere umano. Passioni, animalità si confrontano in una partita in cui protagonisti e spettatori (opportunamente coinvolti, come fossero una vera e propria tifoseria, qualche giorno prima della mise-en-scène) si interrogano sulla vita sul terreno del gioco, dove i confini di campo e palcoscenico, magicamente, si confondono.