Dumas, il campione del roman-feuilleton.

Lezione della prof.ssa Gabriella Bosco

Dumas, il campione del roman-feuilleton

Gli appuntamenti di approfondimento intorno a I Tre Moschettieri sono stati pensati in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino e hanno coinvolto alcuni docenti, registi, scenografi, costumisti, attori e tecnici, offrendo la possibilità di brevi incursioni in palcoscenico agli allievi che vi hanno partecipato. Martedì 22 marzo si è tenuta la lezione della prof.ssa Gabriella Bosco del Dipartimento di Lingue e letteratura straniere e Culture moderne dal titolo “I Tre Moschettieri e il feuilleton. La pratica della pubblicazione a puntata su rivista, Dumas e gli altri”, di cui riportiamo un estratto, scelto per gli amici del blog.


Théophile Gautier, lui stesso autore di romanzi che vennero pubblicati a puntate su rivista, scrisse che “i malati aspettarono l’ultima puntata dei Misteri di Parigi per morire”, il romanzo di Eugène Sue con cui la pratica della pubblicazione a puntate in rivista diventò fenomeno. Questo per farvi capire a che punto quel modo di pubblicare un romanzo fece presa sul pubblico e risultò vincente. Proprio come la riproposta adesso qui al Teatro Astra dei Tre Moschettieri a puntate, una sorta di trasposizione scenica di quella pratica di pubblicazione, che a sua volta ha riscontrato, per dinamiche probabilmente molto simili a quelle, altrettanto grande e confortante e dilagante successo.
Per cominciare dall’inizio, bisogna pensare che con il XIX secolo la letteratura entra nel circuito della produzione capitalistica, diventa per così dire “industriale” (come scrisse, sconfortato della cosa, Sainte-Beuve). Se lo scrittore vuole vivere della sua penna, deve vendere, cioè piacere. E lo deve fare passando per lo strumento atto a raggiungere il più gran numero di lettori, il mass media all’epoca per eccellenza, il giornale, il quotidiano o la rivista periodica.
Intanto il significato della parola: perché roman-feuilleton ovvero romanzo pubblicato in feuilleton: perché veniva impaginato nella parte bassa del foglio del giornale. In italiano è il romanzo “d’appendice”, per l’appunto stampato nella parte bassa, l’appendice del giornale. In modo tale che poteva venir ritagliata quella parte della pagina dove c’era la puntata e poi le varie puntate raccolte e rilegate insieme a formare il romanzo completo.
Il romanzo è all’epoca il genere più apprezzato dal pubblico di massa, il pubblico popolare. Genere minore e non molto letto alle origini, il romanzo ha preso via via più importanza nel corso del XVIII secolo fino a farsi nel XIX proprio grazie alla diffusione in feuilleton il genere letterario dominante fino alla fine del secolo. E il successo così grande è testimoniato dal fatto che, data l’ampiezza del fenomeno le autorità se ne preoccuparono ben presto così come i detentori del potere culturale. Si temette che il gusto per la finzione potesse ottenebrare la ragione, che l’immaginazione prendesse il sopravvento sul reale, che il diffondersi del piacere facesse scomparire l’amore per la virtù politica. E simili. E proporzionalmente al crescere del successo si sviluppò la contropropaganda, ovvero quella che faceva corrispondere il roman-feuilleton alla cattiva letteratura o alla letteratura per ragazzi, o femminile, o per vecchi, o per portinaie.
E ciò nonostante il successo della formula è tale all’epoca, e il mercato ne è a tal punto dominato che tutto ciò che conta nella letteratura romanzesca deve obbligatoriamente passare di lì: da Balzac à Zola, da Eugène Sue à Gaston Leroux, da Dumas à Maurice Leblanc (il creatore di Arsène Lupin), ma anche da Gautier, che citavo prima, a Barbey d’Aurevilly o a Huysmans. Tutti costoro sono passati per il feuilleton.
Perché a quell’epoca il giornale è la sola vetrina esistente, non ci sono premi letterari se non quello dell’Académie il quale però non raggiunge il grande pubblico, non ci sono strumenti come saranno poi la radio o la televisione.
Il che fa sì che sia errato considerare questa forma di letteratura marginale, come spesso si legge. Al contrario, era al centro dell’attenzione, al centro della lettura di massa, dell’immaginario, dell’ideologia. Ecco perché i poteri forti se ne preoccuparono. Proprio in questa letteratura popolare infatti si elabora sotto forma di luoghi comuni l’immaginario di un’epoca, immaginario nel quale affondano le radici della letteratura successiva, di quella attuale. Come dimostra peraltro, ripeto, il grande successo della ripresa di questi giorni orchestrata da Beppe Navello.
Già celebre come drammaturgo, Dumas diventa il campione del roman-feuilleton.
Dumas (1802-1870) è figlio di un generale dell’Impero di cui lui stesso ha scritto la leggenda nelle sue Memorie. Dopo la rivoluzione del 1830 cui prese parte con entusiasmo, lasciò un lavoro sicuro come expeditionnaire, cioè responsabile della dogana, per lanciarsi nel teatro, sotto l’ala protettrice di Nodier e a fianco di Hugo con altrettanto successo ma più duraturo di quello di Hugo. Antony nel 1831, La tour de Nesle nel 1832, Kean ou Désordre et génie nel 1836 fanno data nella storia del teatro romantico. A partire dal 1832 scrive racconti storici e impressioni di viaggio che pubblica in riviste e giornali. A conquistare sin da subito il pubblico sono la sua fantasia, il suo gusto per il pittoresco, la sua grande abilità nell’intrecciare drammaticamente le vicende.
Con l’inizio della moda del roman-feuilleton, Dumas subito vi si lancia con Le capitaine Paul (Le Siècle, 1838), e con Le chevalier d’Harmenthal, (Le Siècle, 1841-1842). Ma bisogna aspettare il 1844, Le comte de Monte-Cristo et Les trois mousquetaires, perché il successo diventi paragonabile a quello di Eugène Sue. Da quel punto in poi, Dumas s’impadronisce della scena del roman-feuilleton e sembra occuparlo per intero: 1844-1846 : Le comte de Monte-Cristo ne Le Journal des Débats, 1845 : Vingt ans après ne Le Siècle, La reine Margot ne La Presse, 1845-1846 : Le chevalier de Maison-Rouge ne La Démocratie pacifique, La dame de Montsoreau ne Le Constitutionnel, 1846-1847 : Joseph Balsamo ne La Presse, 1847 : Les Quarante-Cinq ne Le Constitutionnel, 1847- 1848 : Le vicomte de Bragelonne ne Le Siècle. La lista non è completa. Lui stesso disse che grazie alla sua prodigiosa immaginazione e al suo senso innato del teatro aveva enorme facilità a violare la storia, e senza rimorso, e a ingravidarla di racconti che rimangono nella memoria di tutti.
E il teatro amplifica il successo già enorme dei romanzi. il 27 ottobre 1845, va in scena la prima dei Mousquetaires à l’Ambigu-Comique, dalle 18 h 30 all’una del mattino. Dumas ottiene un privilegio per fondare una sala di teatro sua, il Théâtre historique, che inaugurò il 21 février 1847 con La reine Margot (18,30 h – 3 h du matin).
Il successo del Comte de Monte-Cristo è immenso, paragonabile a quello dei Mystères de Paris. I due romanzi infatti ebbero un numero molto grande di riedizioni e divennero matrice d’innumerevoli racconti succedanei.
La prodigiosa fecondità di Dumas e la sua instancabile attività sono stupefacenti. Certo, ebbe dei collaboratori. Si è molto parlato con un termine molto politicamente scorretto oggi, dei suoi “nègres”. Alcuni erano regolari come Auguste Maquet, che collaborò al Chevalier d’Harmenthal, ai Trois mousquetaires, al Comte de Monte-Cristo, a La reine Margot, al Chevalier de Maison-Rouge, e che ebbe lui stesso una produzione come feuillettoniste, ma altri, numerosi, erano collaboratori occasionali. Già all’epoca, la cosa gli procurò molte critiche. Ma va detto, gli studi lo hanno poi appurato, se è vero che questi nègres consultavano al posto suo gli archivi, gli proponevano dei piani dell’opera, organizzavano insomma il romanzo dal punto di vista diegetico, era poi sempre Dumas che decideva, riscriveva, dava insomma il marchio di fabbrica. Tanto che oggi si può tranquillamente dire che la sua opera è realmente sua.