MASTERS OF DANCE

TULSA BALLET

TEATRO ASTRA, Torino

TABLE VERTE COREOGRAFIA KURT JOOSS / MUSICHE FRITZ COHEN
WHO CARES? COREOGRAFIA GEORGE BALANCHINE / MUSICHE GEORGE E IRA GERSHWIN
SHIBUYA BLUES COREOGRAFIA ANABEL LOPEZ OCHOA / MUSICHE MICHEL BANABILA, RADBOUD MENS, MANUEL WANDJI, RENE AUBRY

Per il ritorno in Europa, il Tulsa Ballet, considerato tra le dieci migliori compagnie degli Stati Uniti, propone una serata in cui celebra il meglio della coreografia del passato e del presente, con un prezioso omaggio a Kurt Jooss e al suo capolavoro Table Verte, raramente rappresentato e nel repertorio di pochissime compagnie. Gli altri due lavori in cui si articola la serata sono Who Cares? di George Balanchine e Shibuya Blues della pluripremiata coreografa colombiana Anabel Lopez Ochoa.

Table Verte è un commentario alla stupidità della guerra e agli orrori che essa causa. La figura della Morte qui è trionfante, ritratta come uno scheletro che si muove con forza e in modo meccanico come un robot, reclamando incessantemente le proprie vittime. La struttura circolare del balletto riflette il senso di frustrazione dei discorsi dei diplomatici, indifferenti alle devastazioni della Guerra e impegnati in ipocriti negoziati.

In Who cares? lo straordinario modo di comporre dei fratelli George e Ira Gershwin e il loro stile raffinato hanno dato corpo a musiche e parole che non sono state minimamente intaccate dal facile sentimentalismo. Unire un’intensa attitudine artistica a un linguaggio popolare frizzante è qualcosa che pochi artisti riescono a fare. Ed è così che George Balanchine ha usato le canzoni come melodie per una classica, indeformabile, tradizionale danza, nel cui fraseggio, dinamismo e emozione si specchiano parallelamente.

Il lavoro di Anabel Lopez Ochoa, Shibuya Blues, riporta esperienze emotive attraverso un linguaggio astratto ma intenzionalmente connesso allo stile coreografico, in cui, occasionalmente, fa riferimento al virtuosismo tecnico. Il suo movimento è contemporaneo ma con elementi virtuosistici classici come i grand jeté. Nel suo lavoro non vengono definiti copioni o personaggi ma ogni danzatore narra una storia e ottiene questo risultato mettendo enfasi nello sguardo, che diventa un punto di connessione sia tra i danzatori sul palco che nel pubblico in sala. Il movimento è strutturato come un «chaos costruito» che rende le sue creazioni estremamente dettagliate rimanendo comunque perfettamente strutturate.