AVEVO UN BEL PALLONE ROSSO

CARMELO RIFICI

TEATRO ASTRA, Torino

produzione TPE ’68

DI ANGELA DEMATTÈ
TESTO VINCITORE DEL PREMIO RICCIONE 2009 E DEL PREMIO GOLDEN GRAAL 2010

REGIA: CARMELO RIFICI
CON ANDREA CASTELLI E FRANCESCA PORRINI
SCENE E COSTUMI: PAOLO DI BENEDETTO
MUSICHE: ZENO GABAGLIO
LUCI: PAMELA CANTATORE
VIDEO: ROBERTO MUCCHIUT
ASSISTENTE SCENOGRAFO: ANDREA COLOMBO
REGISTA ASSISTENTE: ALAN ALPENFELT
PRODUZIONE: LUGANOINSCENA, TPE – TEATRO PIEMONTE EUROPA, CTB – CENTRO TEATRALE BRESCIANO
IN COPRODUZIONE CON LAC – LUGANO ARTE E CULTURA

«…Avevo un bel pallone rosso e blu, ch’era la gioia e la delizia mia. S’è rotto il filo e m’è scappato via, in alto, in alto, su sempre più su. Son fortunati in cielo i bimbi buoni, volan tutti lassù quei bei palloni». La filastrocca era scritta su un quaderno di Margherita bambina. Quasi un’allegoria strana, onirica, dell’anelito di tutta una vita. Questa bambina cattolica di Trento di cognome faceva Cagol. Sarebbe poi diventata per tutti Mara Cagol: fondatrice e capo-colonna delle Brigate Rosse, morta a trent’anni il 5 giugno 1975 in un drammatico scontro a fuoco con i Carabinieri a Melazzo presso Acqui Terme.

Angela Demattè, tridentina anche lei, classe 1980, scrive Avevo un bel pallone rosso nel 2009. Lo spettacolo viene applaudito in Francia, Svizzera, Lussemburgo e Belgio. Oggi, a cinquant’anni dal Sessantotto e a otto dal primo allestimento, Carmelo Rifici ha preparato una nuova e contemporanea edizione dello spettacolo. Il testo torna così in scena in occasione del cinquantesimo anniversario di una stagione di protesta politica e ideale che sarebbe durata più di dieci anni sfociando negli anni di piombo.

In scena due personaggi: Margherita e suo padre. Attraverso i loro dialoghi si racconta la vicenda della fondatrice delle Br. E soprattutto, si delinea il rapporto concreto e drammatico tra un padre e una figlia. Si cerca di rappresentare una situazione dove tutto, dal linguaggio ai troppi silenzi, dia l’immediata sensazione di un eccessivo «non detto». Qualcosa di freddo e struggente allo stesso tempo, che è proprio di una terra faticosa e di un’epoca burrascosa. E poi si cerca di far intravedere l’aberrazione del linguaggio ideologico, che provoca la frattura finale tra Margherita e suo padre. E si scopre, infine, che è difficile dare colpe e ragioni. E, forse, non è questa la cosa interessante. Ciò che è interessante è il mistero che rimane all’interno di un affetto e di un distacco.

 

INCONTRO CON L’AUTRICE AL POLO DEL ‘900

Lunedì 22 ottobre 2018, h 18.30 – Sala ‘900 – Polo del ‘900 (Via del Carmine 14, Torino)

Angela Demattè e lo storico Gianni Oliva dedicano al tema dello spettacolo un incontro di presentazione e di approfondimento. Nell’ambito del progetto TPE – Polo del ‘900 Vogliamo tutto!

 

L’AUTRICE RACCONTA L’OPERA

«Ho scritto Avevo un bel pallone rosso qualche anno fa, quando incontrai la storia di Margherita Cagol, una ragazza cattolica nata in una città di montagna e diventata, in pochi anni, la leader delle Brigate Rosse, organizzazione clandestina degli Anni di Piombo. Scelsi di raccontare la sua storia attraverso il rapporto con suo padre. O meglio: fu la voglia di raccontare il rapporto tra una figlia e un padre che trovò il modo di incarnarsi in questa storia. Dunque questo spettacolo parla innanzitutto di questo: di un padre e di una figlia che si amano. C’è una cosa che ci fa tremare, oggi, alla vigilia della nuova ripresa dello spettacolo. Perché Margherita Cagol era una terrorista.

Parliamo di un terrorismo molto diverso da quello che si mostra negli sconcertanti fatti di questi giorni. Allora era odio verso la società borghese, verso l’ingiustizia, desiderio di uguaglianza sociale, voglia di un mondo migliore per tutti. Margherita non ha ucciso alcun essere umano. Senz’altro non avrebbe ucciso esseri umani sconosciuti e innocenti. In ogni modo, è morta presto, uccisa in un blitz della polizia. Oggi, invece, la violenza, la ferocia e la disperazione degli atti terroristici che vediamo, superano qualsiasi possibile definizione e categoria ideologica e religiosa. Ma non posso negare che vi sia qualcosa che li accomuna ai fatti degli anni di piombo italiani, come comune è la parola che cerca di definirli: terrorismo.

La tentazione è la stessa: annientare coloro che impediscono la realizzazione di un certo paradiso che si ha in mente. Ma altrettanto comune è la giovane età dei protagonisti di quei fatti come comune è la loro ricerca di un senso grande per la propria vita, il loro bisogno di qualcosa di assoluto per cui dare la vita. In questo senso c’è qualcosa che lega Margherita ai fatti di oggi. Eppure Margherita non ha ucciso nessuno. Mi piace pensare che sia l’amore di suo padre che glielo ha impedito. Quell’amore silenzioso, spesso incapace di comunicarsi, reso fragile dalla storia e dalla società, però profondamente vero e umano, misterioso, intrecciato alla struttura stessa dell’Occidente. Quell’amore antico è ciò che dava a Margherita la misura del valore di se stessa e del valore di ogni essere umano. Perciò mi sembra tanto importante portare in scena Avevo un bel pallone rosso oggi. Perché bisogna parlare di quest’amore, dire che c’è, che è fragile ma che è esistito e che può esistere. Riconoscerlo vicino e possibile. Riconoscerci vicini in questo».