PRESENTAZIONE TPE 19.20

La Stagione TPE 19.20

Valter Malosti

«Forse sono uno spettatore particolare, il piacere lo provo quando mi trovo davanti a qualcosa che è il vero in assoluto e non perché assomiglia alla vita, ma perché è essa vera come immagine di per sé, come segno. Ed è quindi vitale. È la vitalità che mi fa apprezzare e sentire che l’operazione è riuscita. Credo che confusamente, l’espressione dell’opera di un artista trovi il consenso quando, a chi la fruisce, essa dà l’impressione di ricevere una carica di energia. L’impressione di ricevere l’energia come quella di una pianta che cresce, di qualcosa di misterioso che sta pulsando, che è vita in sé».

Federico Fellini, in Imago: Appunti di un visionario, a cura di Toni Maraini, 1994

 

In questo mio secondo anno di direzione, dopo un primo anno dedicato alla fondazione di un nuovo progetto culturale per il Teatro Astra e il TPE – Teatro Piemonte Europa, in cui molto forte è stato l’impegno produttivo – nella stagione 2018-2019 infatti sono state ben 17 le nuove produzioni che hanno coinvolto direttamente il TPE, firmate, oltre che dal sottoscritto, da importanti nomi della scena nazionale e internazionale – ci rimettiamo ora in viaggio alla continua ricerca di artisti che scelgano con autenticità la materia su cui lavorare e con autenticità e profondità la lavorino. 

Qualunque realizzazione dell’espressione creativa è condizionata, ha regole proprie, inflessibili, ineludibili, come ogni altro lavoro o attività di artigianato. E sono regole che implicano conoscenza, tecnica, applicazione, riferimento all’esperienza, identificazione totale coi ritmi e con le leggi della materializzazione della fantasia.

È una volontà, una possibilità di reagire al «pragma bassamente erotico» privo di «umanità e carità vera», come diceva Carlo Emilio Gadda in Eros e Priapo, del nostro tempo. Una stagione che si oppone alle “frasi fatte” e ai travestimenti spirituali e religiosi con spettacoli che esplorano autenticamente e cercano un incontro. 

Ci siamo appena lasciati alle spalle la voce ferma e il pensiero lucido e potente di Primo Levi che continuerà ad accompagnarci e ad interrogarci per molto tempo.

La prossima stagione si aprirà ad una coralità di pensiero che ci porrà molte domande sui temi etici che riguardano l’umano, a volte più intimi, psicologici, sociali, altre volte più direttamente politici.

 

«La nostra epoca è straordinaria e meravigliosa: è successo di tutto e continua a succedere di tutto. I nemici e le barriere di una volta sono caduti, tutto è da riconsiderare, anche la politica. Se penso ai sensi di colpa di cui ho sofferto e le critiche subite perché non riuscivo a seguire la via del neorealismo, i problemi degli operai… Se il metalmeccanico non sognasse, sarebbe soltanto un pezzo di metallo. E in quest’epoca in cui tutto si sconvolge e cadono tante barriere fuori di noi, forse è giunto il momento di cercare in noi stessi, forse è un avvertimento per l’uomo occidentale affinché cerchi altre cose in se stesso. Comunque, potere sopravvivere come testimone, è importante. Alcuni prendono la parola perché lo sanno fare – penso ad Alberto Moravia che lo fa con tanta vitalità, e che ammiro per questa sua capacità – io mi esprimo nel mio lavoro, porto una testimonianza con il mio lavoro».

Federico Fellini, in Imago: Appunti di un visionario, a cura di Toni Maraini, 1994

 

Una stagione che non ha uno slogan da ammannire ma coltiva la vita nella sua diversità e singolarità, senza “frasi fatte” all’ombra delle quali prendere ristoro dalla complessità dell’uomo dicendo: ah ecco, la vita è questa, l’amore è questo, il teatro è questo.

Parafrasando Italo Calvino e le sue Città invisibili, ci interessa «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

M’accade sempre più sovente di orientarmi in modo indisciplinato, procedendo su tracce fiutate animalescamente. Ora che rileggo tutta in fila la stagione mi accorgo della presenza rilevante di autori italiani, una sorta di viaggio nel corpo della lingua italiana. E in questi ultimi anni la questione della lingua italiana e delle mie radici espressive è fondamentale nel mio percorso.

In questa stagione si troverà traccia di questo percorso nelle produzioni che mi riguardano. Il berretto a sonagli, il mio primo (e unico per ora) incontro con Luigi Pirandello, con un cast superbo e affiatatissimo, e ancora nella Monaca di Monza di Giovanni Testori, autore amatissimo, con in scena un’intensa e struggente Federica Fracassi, e infine in Giulietta di Federico Fellini che chiuderà la stagione e vedrà protagonista Roberta Caronia.

Fellini sarà il centro di un piccolo ma significativo progetto, legato anche ai rapporti dello stesso Fellini con la figura di Gustavo Rol, che si prolungherà anche nell’arco della stagione successiva, in occasione dei cento anni della nascita di uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

 

Esercizio n. 4, Le stelle

Procuratevi una limpida notte invernale. Guardate le stelle.

Le stelle sono uno spettacolo.

Invece quella terrigna e malcelata sensazione di non saper che cosa farsene è teatro.

Claudio Morganti, Metodo pratico avanzato Morg’hantieff. Manuale per attori, teatranti, spettatori, Edizioni dell’asino, 2011

 

Tra le nostre produzioni e coproduzioni un posto di primo piano va alla nuova e attesa creazione di Claudio Morganti, uno dei teatranti più geniali della scena contemporanea, attore-autore di grande intensità e rigore stilistico che sa tenere viva e radicale il respiro della sua ricerca, compiendo delle scelte controcorrente, soprattutto in questi ultimi anni in cui il mercato ha ammorbidito e omologato i lavori di molti artisti contemporanei.

Dare la possibilità a un artista quale Claudio Morganti di fare un vero spettacolo con le dovute economie è un “atto poetico”, un atto che in questi tempi un ente che lavora con denaro pubblico è tenuto a fare. Morganti, con Rita Frongia, riprende Woyzeck là dove Büchner l’aveva lasciato. Il giovane drammaturgo tedesco scrisse del delitto ma non ebbe il tempo di scrivere del processo. All’epoca quel processo sembrò una farsa e fu chiaro l’intento esemplare/repressivo di quell’esecuzione. Ecco allora oggi Il caso W.

TPE partecipa produttivamente alla nuova creazione di Alessandro Serra, talento visionario e pluripremiato, già ospite al Festival delle Colline Torinesi con Macbettu ora divenuto uno spettacolo cult che viaggia per il mondo. Serra rilegge Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov e ci parla di «una partitura per anime in cui i dialoghi sono monologhi interiori che si intrecciano e si attraversano. Un unico respiro, un’unica voce».

Torna al TPE anche Carmelo Rifici, direttore di Luganoinscena e della scuola per attori del Piccolo di Milano, di cui coproduciamo Macbeth, le cose nascoste, da Shakespeare in cui prosegue la sua indagine sugli archetipi dell’inconscio collettivo e decide di affrontarli chiedendo l’appoggio e la complicità di una coppia di psicanalisti junghiani.

Ripartendo dall’inizio della stagione, un’altra nostra produzione sarà Accabadora, dal fortunato romanzo di Michela Murgia con la straordinaria e commovente interpretazione di Anna Della Rosa e la regia di Veronica Cruciani.

A fine novembre ci sarà il debutto della nuova creazione di Leonardo Lidi, vincitore del primo bando per registi under 30 nel 2017 della Biennale di Venezia. Lidi affronta Tennessee Williams e il suo famosissimo Zoo di vetro in una chiave personale e coraggiosa, ma anche pop, presentandoci «le vite di quattro orfani dell’amore e dalla loro relazione con il tempo».

Quest’anno tornano, attesissimi, Antonio Rezza e Flavia Mastrella con Anelante che aveva debuttato in prima assoluta proprio all’Astra. Con il loro spettacolo sperimentiamo una prima collaborazione con il Teatro Colosseo.

Jurij Ferrini, dopo un primo studio realizzato nell’ottobre 2018, allestisce per TPE un testo di Rafael Spregelburd, drammaturgo – o “teatrista”, come preferisce chiamarsi lui – attore e regista argentino, rappresentato in tutto il mondo. Lucido è una commedia sì, ma scorretta, e con un retrogusto acido. Per Ferrini, «la risata, anche amara o atroce, è l’unica porta d’ingresso nel mondo di Spregelburd, nella sua realtà scenica».

Jacopo Gassmann, reduce dalla bella prova registica de Il ragazzo dell’ultimo banco di Juan Mayorga per la produzione del Piccolo Teatro di Milano, ci farà conoscere un autore inedito per i palcoscenici italiani, il norvegese Arne Lygre. Nei testi di Lygre i personaggi si esprimono su più piani linguistici e temporali. Spesso parlano di loro in terza persona, si guardano dall’esterno. Declinano le loro relazioni al presente ma allo stesso tempo sono abitati da voci del passato e proiettati verso un futuro che sembrano già conoscere, desiderare, temere. Tutto ruota intorno al potere della parola e alla sua capacità di influire sui nostri destini e su quelli delle persone a noi care. Niente di me, con protagonista Sara Bertelà, è, in questo senso, uno dei suoi testi più rappresentativi e struggenti.

Novità di questa stagione, a segnare anche la trasversalità delle nostre proposte produttive, saranno due produzioni realizzate in collaborazione con Palcoscenico Danza, stagione di cui si dà conto a parte. Da una parte la nuova creazione di Cristiana Morganti (conosciuta al grande pubblico come protagonista di tante avventure artistiche legate a Pina Bausch) che sarà il cuore di una importante coproduzione internazionale; e dall’altra il nuovo lavoro pieno di energia vitale di Michela Lucenti e del suo gruppo Balletto Civile, Madre.

 

«“La causale del delitto”, cioè i torbidi moventi che hanno costituito per la banda assassina l’impulso primo verso una serie di azioni criminali, è una causale non esclusivamente ma prevalentemente «erotica» (nel senso lato che, come avrete avvertito, io conferisco al vocabolo) nel suo complesso: segna il prevalere di un cupo e scempio Eros sui motivi di Logos. Tutta la ventennale maialata è contraddistinta dai caratteri estremi della scempietà, della criminalità puerile, della mancanza di senso e di cultura storica non diciamo del senso etico e religioso: essa è una netta retrogressione da quel notevole punto di sviluppo a cui la umanità era giunta verso la fine dell’epoca positivistica verso una fase involutiva, bugiarda, nata da imparaticci, da frasi fatte, da un ateismo sostanziale che vuole inorpellarsi di una «spiritualità» e «religiosità» meramente verbali e sceniche.

Ora questa caratteristica denuncia precisamente che il pragma della banda di ladri e di assassini e del loro capintesta è un pragma bassamente erotico, un basso prurito ossia una turpe lubìdo di possesso, di comando, di cibo, di femine, di vestiti, di denaro, di terre, di comodità e di ozî non sublimata da nessun movente etico-politico, da umanità o da carità vera, da nessun senso artistico umanistico. Si trattava per lo più di poltroni, di gingilloni, di senza-mestiere, dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il cortocircuito della carriera attraverso la “politica”: intendendo essi per politica i loro diportamenti camorristici».

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, 1944/1967, dal Capitolo II

 

L’apertura della stagione di ospitalità sarà simbolicamente affidata da una parte alla poesia di Giorgio Caproni (Fatalità della rima) e alla voce nuda di Fabrizio Gifuni, e dall’altra allo spettacolo Mai morti interpretato da Bebo Storti. Mai morti è uno spettacolo che fa discutere, arrabbiare, divide, emoziona e commuove. Con una scrittura evocativa (una sorta di affabulazione nera), Renato Sarti ripercorre la nostra storia recente attraverso i racconti di un uomo mai pentito, per riflettere su quanto – in Italia – razzismo, nazionalismo e xenofobia siano ancora difficili da estirpare.

Bebo Storti e Renato Sarti bissano la loro incursione nella storia d’Italia con Io santo tu beato, facendo ricorso alla Commedia dell’Arte, con tanto di maschere e di sghignazzo, per raccontare, a modo loro, Padre Pio e Pio XII.

Sempre ad apertura di stagione il progetto “site-specific” Underground di Cuocolo-Bosetti. Uno spettacolo per venti spettatori in viaggio, nel corso del quale ci si sposta attraverso il sistema della metropolitana cittadina (il Teatro Astra è a 200 metri dalla fermata Racconigi!), guidati dalla voce di Roberta Bosetti usando il sistema delle radioguide. Roberta ci accompagnerà in un viaggio sotterraneo. Un punto di vista inedito, per guardare dal basso la città che cambia.

Tra gli altri artisti ospiti spiccano Roberto Latini e il suo omaggio a I giganti della montagna di Pirandello (Premio della Critica Anct 2015 a Latini e Premio Ubu 2015 Miglior progetto sonoro o musiche originali a Gianluca Misiti). Da solo sul palco, Latini, in un lucido delirio virtuosistico che incanta, interpreta tutti i personaggi del dramma, dalla Compagnia della Contessa agli Scalognati, ai Giganti.

Massimiliano Civica torna al Teatro Astra con Antigone di Sofocle e un cast originale e di grande interesse, tra gli altri, Monica Piseddu, Oscar De Summa e Marcello Sambati.

Michela Cescon debutta alla regia con La donna leopardo di Alberto Moravia. Ambientato tra una Roma notturna e un Africa rivelatrice degli istinti. In scena Valentina Banci, Olivia Magnani, Paolo Sassanelli e Thomas Trabacchi.

Le Nina’s Drag Queens tramite la drammaturga Claire Dowie ci propongono una versione riveduta e s/corretta di Shakespeare in Queen Lear, una tragicommedia musicale en travesti.

Tornano Marco Martinelli ed Ermanna Montanari e il loro Teatro delle Albe con Fedeli d’Amore, un “polittico in sette quadri”, “attorno” a Dante Alighieri e al nostro presente. Amore è ciò che ci fa ribelli, è la forza che libera ed eleva, dice Martinelli, che continuerà anche quest’anno il suo prezioso percorso pedagogico, in collaborazione con il Sermig, con Eresia della felicità.

È con grandissimo piacere che quest’anno ospitiamo Elena Bucci e Marco Sgrosso che portano in scena L’anima buona di Sezuan di Bertolt Brecht, ormai una rarità vederlo rappresentato in Italia. Una fiaba divertente e amara di ambientazione cinese, una parabola antica e attuale, irta di domande intorno al bene e al male. Elena e Marco sono eredi diretti della poetica e del teatro di Leo De Berardinis e stanno trovando conferme sempre più ampie al loro lavoro, Elena Bucci ha vinto recentemente tutti i possibili e più prestigiosi premi teatrali: Ubu, Duse e Hystrio/Anct.

Walter Le Moli ritorna a Torino con una sua personalissima versione de La locandiera di Carlo Goldoni, in cui la figura e il corpo della protagonista si fa metaforicamente tutt’uno con la città: la Venezia di metà ‘700 decadente e assediata dalle nuove classi sociali.

Paradossale, divertente, intelligente, Una tragedia reale, è l’ultimo testo scritto da Giuseppe Patroni Griffi, con un lessico popolare e virulento, che sembra risalire direttamente dal repertorio fiabesco del Basile. Una “commedia a vapore” d’impertinenza petitiana interpretata da Lara Sansone e Andrea Renzi e diretta da Francesco Saponaro. La vicenda si ispira alla tragica fine della principessa Diana, mito planetario pop con derive da rotocalco, e ritrae con gusto dissacrante la reazione convulsa e aspra della Regina.

Barbara Altissimo in Neverending fa i conti (scenici) con la figura ingombrante e amata del padre, non un padre qualsiasi: Renato Altissimo.

In [Gæp]. Cos’è un gap? Dialogo sulla liberazione di Ateliersi (Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi), tratto da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, un tredicenne dei nostri giorni si mette in relazione con una serie di domande suscitate dall’incontro con il libro di Calvino e con il suo giovane protagonista Pin. Contro quale oppressione insorgere ora? Quali spazi occupa chi limita la libertà degli altri negli anni Dieci del XXI secolo? Come ribellarsi? E quali gli eroi di riferimento? Per cosa combattono? Quale la relazione con i partigiani di 75 anni fa? Tra queste domande si muove un tredicenne del 2019, mettendosi in gioco in prima persona e arrivando a condurre una vera e propria “partita letteraria” con gli spettatori.

La Classe di Vincenzo Manna, con Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido è un intenso spettacolo di teatro civile, che ha preso avvio da una ricerca condotta da Tecné, basata su circa 2.000 interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni, sulla loro relazione con gli altri, intesi come diversi, altro da sé, e sul loro rapporto con il tempo, inteso come capacità di legare il presente con un passato anche remoto e con un futuro non prossimo. Un lavoro che fa riflettere e sa coinvolgere e emozionare rifuggendo qualsiasi retorica.

Storia di un’amicizia di Fanny & Alexander per la regia di Luigi De Angelis è tratto dalla tetralogia bestseller L’amica geniale di Elena Ferrante. Sullo sfondo la coralità di una città/mondo dilaniata dalle contraddizioni del passato, del presente e di un futuro i cui confini feroci faticano ancora a delinearsi con nettezza. Il rapporto tra le biografie delle due donne con la storia particolare della loro amicizia e la Storia di un Paese travagliato dalle sue metamorfosi si intreccia in una sorta di agone narrativo che procede per squarci subitanei ed epifanie improvvise attraverso il racconto delle due protagoniste, qui interpretate da Chiara Lagani e Fiorenza Menni.

Il recital di Gifuni troverà seguito in altri due incontri dedicati alla poesia italiana con Mariangela Gualtieri che legge le sue ultime composizioni (in uscita nella collezione di poesia Einaudi a novembre) e Stefano Benni che legge – oltre alle sue ultime poesie appena edite da Feltrinelli – Gozzano, Pascoli e Palazzeschi.

 

«Ma per dare una cornice al significato più profondo di ogni aggettivo o sostantivo che richiami la voce uomo – la voce dell’uomo, l’uomo della voce – bisogna risalire al mondo di alcuni animali più “eletti” degli altri e già specifico parto di precedenti clamorose metamorfosi della vita organica. Animali ancora in tutto ignari di essere umani e tanto più di essere destinati, giunti al loro lontanissimo avvento moderno, a farsi così tanto propriocentrici da nominarsi orgogliosamente “umanisti”. E per necessità a tal punto pieni di sé, di desiderio di sopravvivenza e di dominio, da credersi “umanitari” per diritto naturale: non più soltanto consumando ogni cosa vivente a vantaggio della propria carne e dei propri “abiti”, ma arrivando infine a governare, sorvegliare e punire chiunque cercasse di attentare alla propria libertà di assoggettare l’altro».

Alberto Abruzzese, La violenza della natura umana e la zona franca del dolore, in L’età del ferro, Castelvecchi, Roma, 2018

 

A settembre 2019 inviterò, attraverso una chiamata pubblica, un gruppo di attori e performer e creatori under 30, per iniziare un percorso pratico di conoscenza reciproca e di scambio che mi auguro dia dei frutti nel corso dell’ultimo anno del triennio che mi è stato affidato.

Ricordo un’osservazione fulminante di Pier Paolo Pasolini sulla condizione dell’uomo, forse ascoltata in qualche intervista televisiva. Diceva che l’uomo era nato raccoglitore, poi presto si era deciso a seminare, a costruire pensando ai figli, alle generazioni che l’avrebbero seguito, e che ora – si era all’inizio degli anni Settanta – l’uomo da qualche tempo non faceva altro che raccogliere, senza più pensare di costruire qualcosa per chi sarebbe venuto dopo di lui, anzi cannibalizzando le risorse rimaste. Ecco quello che sento mancare attorno a me e a volte, purtroppo, dentro di me: uno sguardo capace di futuro.