Porthos secondo Godard

“Ho preso un materiale bruto, dei ciottoli perfettamente levigati che ho messo gli uni accanto agli altri, e questo materiale si è organizzato”, scrive Jean-Luc Godard a proposito del suo Vivre sa vie. Girato a Parigi tra il febbraio e il marzo del 1962, è il quarto lungometraggio di Godard e prende spunto da un’ inchiesta giornalistica di Marcel Sacotte dal titolo Où en est avec la prostitution?

Nanà, la ventiduenne protagonista della vicenda, non riesce a guadagnare abbastanza per vivere, pur lavorando come commessa in un negozio di vinili. Il film racconta l’avvicinamento della ragazza al meretricio. Abbordata per strada, si concede a pagamento, è poi introdotta da un’amica nel giro della prostituzione, ma durante una discussione con Raul, il  suo lenone, Nanà è ferita a morte da un colpo di pistola e abbandonata sulla strada. Godard ricorre a una tecnica di narrazione frammentata in dodici quadri, allo scopo di ‘‘accentuare l’aspetto teatrale, l’aspetto brechtiano del film’’.

Il film omaggia Dreyer (con spezzoni del suo La passione di Giovanna D’Arco), Edgar Allan Poe (un cliente di Nanà legge per lei ad alta voce alcune pagine da Il ritratto ovale) e anche Alexandre Dumas, che diviene il pretesto per una dialogo sul senso delle parole, del silenzio e sul rapporto tra pensiero e linguaggio. Nell’undicesimo e penultimo quadro, Nanà, seduta in un bar, intavola una conversazione con un uomo seduto vicino a lei (il filosofo Brice Parain), che le racconta la storia della morte di Porthos, uno de I tre moschettieri di Dumas, che riportiamo qui in parte, nella traduzione italiana:

 

“Le scoccia che la stia guardando?”.
“No”.
“Sembra annoiato”.
“Niente affatto”.
“Cosa sta facendo?”.
“Leggo”.
“Mi offre da bere?”.
“Se vuole…”.
“Viene spesso qui?”.
“No. Qualche volta. Oggi è un caso”.
“Perché legge?”.
É il mio lavoro”.
“Strano. Improvvisamente non so più che dire. Mi succede molto spesso. So quello che voglio dire. Ci penso prima di dirlo per sapere se è proprio ciò che bisogna dire, ma al momento di dirlo non sono più capace di dirlo”.
“Sì, ovviamente. Senta, ha letto “I tre moschettieri?”.
“No, ma ho visto il film. Perché?”.
“Perché, vede, là c’è Porthos. Oltre tutto non è ne “I tre moschettieri”, ma in “Vent’anni dopo”. Porthos, il grande, il forte. Un po’ stupido. Non ha mai pensato in vita sua, capisce? Allora una volta deve mettere una bomba in un sotterraneo per farla esplodere. Lo fa, piazza la sua bomba, accende la miccia, poi scappa, naturalmente. Ma mentre corre, improvvisamente si mette a pensare. A cosa pensa? Si chiede come sia possibile che metta un piede davanti all’altro. Sarà senz’altro capitato anche a lei, no? Allora smette di correre, di camminare. Non riesce più. Non riesce più ad andare avanti. Esplode tutto. Il sotterraneo gli cade addosso. Lui lo sorregge con le spalle, è abbastanza forte. Ma alla fine, dopo un giorno o due, non ricordo, viene schiacciato e muore. Insomma, la prima volta che ha avuto un pensiero, ne è morto”.
“Perché mi racconta delle storie del genere?”.
“Così, per parlare…”.
“Ma perché bisogna parlare sempre? Io penso che bisognerebbe spesso stare zitti, vivere in silenzio. Più si parla, più le parole non vogliono dire nulla”.
“Forse, ma… si può?”.
“Non lo so, io…”.
“Sono sempre stato colpito da ciò: non si può vivere senza parlare”.
“Eppure sarebbe bello vivere senza parlare”.
“Sì, sarebbe bello. Sarebbe bello, insomma… È come se ci si amasse di più. Solo che non è possibile. Non ci si è mai riusciti”.
“Ma perché? Le parole dovrebbero esprimere esattamente ciò che si vuole dire. Ci tradiscono?”.
“C’è questo, ma anche noi le tradiamo. Dobbiamo riuscire a dire ciò che abbiamo da dire, poiché riusciamo a scrivere bene. Insomma, è comunque straordinario che un tizio come Platone si possa comunque ancora capire.
Ed è vero, lo possiamo capire! Eppure ha scritto in greco 2.500 anni fa. Insomma, nessuno conosce più la lingua dell’epoca, non è vero, non la si conosce più con esattezza. Quindi, se qualcosa viene trasmesso, si deve riuscire a esprimersi bene. Ed è necessario”.
“E perché bisogna esprimersi? Per capirsi?”.
“Dobbiamo pensare. Per pensare, dobbiamo parlare. Non si pensa in altro modo. E per comunicare, bisogna parlare. E’ la vita umana”.
“Sì, ma allo stesso tempo, è molto difficile. Io penso, al contrario, che la vita dovrebbe essere facile. La sua storia de “I tre moschettieri” forse è molto molto bella, ma è terribile”.

 continua  https://www.youtube.com/watch?v=KBIADXDQNis

Lascia il tuo commento qui

Your email address will not be published. Required fields are marked *