Teatro a Corte

Teatro a colazione

Il festival Teatro a Corte si conclude questa sera con uno spettacolo della compagnia Groupe F, una delle più apprezzate e note al mondo, maestra nell’arte del fuoco e delle creazioni pirotecniche, che vanta collaborazioni con numerosi artisti, tra cui l’eclettica Björk. Groupe F porta in scena per il gran finale di Teatro a Corte À fleur de peau una ballata terrestre, un curioso viaggio tra i tesori del cosmo: un racconto folgorante sul complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente realizzato dal vivo con i più scenografici numeri pirotecnici. Conosciamo la Terra che abitiamo? E quale lezione stiamo lasciando a chi la abiterà dopo di noi? À fleur de peau riempie di meraviglia gli occhi dello spettatore trascinandolo ai confini del mondo contemporaneo, in un universo magico e vertiginoso, svelando le fragilità dell’uomo.
Tempo di finali, e tempo di bilanci. Ci piace dunque ripensare ai momenti più belli di questa edizione di Teatro a Corte, anche quelli non strettamente performativi. Come nel caso delle “colazioni del Festival”, momenti di incontro dedicati all’approfondimento degli spettacoli, in cui pubblico, artisti, operatori e giornalisti si sono incontrati e confrontati negli spazi del Polo del ‘900, per una chiacchierata informale davanti a caffè e brioche.
Caffè e teatro, nel celebre sodalizio suggerito da Eduardo De Filippo in Natale in casa Cupiello (1931):
Concè ti sei immortalata!
Che bella schifezza che hai fatto!
Non ti piglià collera Concè.
Tu si una donna di casa e sai fare tante cose.
Per esempio ‘a frittata c’ ’a cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno.
È una pasticceria. Ma ‘o ccaffè non è cosa per te.
Non lo sai fare e non lo vuoi fare, perché vuoi risparmiare.
Col caffè non si risparmia.
È pure la qualità scadente: chisto fete ‘e scarrafune…
ma sopratutto nell’Atto II di Questi fantasmi (1946), in cui il caffè viene solennemente decantato e raccontato da Pasquale Lojacono mentre conversa con l’immaginario dirimpettaio prof. Santanna

 [foto di Domenico Conte]

La Partida. Prove con Vero Cendoya

Ieri pomeriggio ci siamo intrufolati nella Sala prove del Teatro Astra per assistere a qualche momento del laboratorio condotto da Vero Cendoya in occasione de LA PARTIDA, in scena sabato 16 luglio per Teatro a Corte. Sono stati coinvolti attori e danzatori non professionisti, di età diverse, amanti della danza e del teatro, che, attraverso semplici pratiche del linguaggio del corpo e della voce, stanno preparando alcuni interventi precisi da collocare all’interno dello spettacolo in scena nella splendida cornice del Castello di Racconigi.
Vero Cendoya, con la direzione musicale di Adele Madau, lancia la sfida di coniugare danza contemporanea con mondi apparentemente lontani o antagonisti, come quello del calcio nel caso de LA PARTIDA, dove cinque ballerini e cinque giocatori dialogano cercando un comune linguaggio: i danzatori si lasciano invadere dall’atmosfera dei cori e della tifoseria, i giocatori scoprono che le forme teatrali non sono poi così distanti da quelle del gioco. La coreografa catalana si domanda che cosa abbia in comune lo sport con la danza e perché le masse si lascino così tanto affascinare dal calcio, e risponde a questi quesiti con ironia, creando vivaci occasioni di confronto tra universi potenzialmente contrapposti. Vero parla un italiano impeccabile e guida i partecipanti al laboratorio verso una consapevolezza della fisicità attraverso l’energia che sta alla base dell’impulso del movimento: con una penna immaginaria che traccia le linee del corpo, i partecipanti, a coppie, innescano il moto dell’altro, si muovono nello spazio della Sala Prove, ricreando oggetti e figure e preparandosi a scendere in campo.
C’è qualcosa di LA PARTIDA che ricorda le atmosfere in bianco e nero di ”L’arbitro”, opera prima di Paolo Zucca presentato alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia nelle giornate degli autori. Il film racconta la rivalità tra L’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, e Montecrastu, la squadra guidata da Brai, un arrogante fazendero abituato a vessare i peones dell’Atletico in quanto padrone delle campagne. Il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi (Jacopo Cullin) e l’ascesa professionale dell’arbitro Cruciano (interpretato da Stefano Accorsi) rivoluziona gli equilibri del campionato e l’Atletico Pabarile comincia a vincere una partita dopo l’altra, grazie alle prodezze del suo novello fuoriclasse. Ecco una piccola ma significativa clip del film, l’appuntamento per la prima nazionale de LA PARTIDA è per sabato:

Stanze per Teatro a Corte

Stanze, diretto da Gianluca e Massimiliano De Serio, verrà proiettato durante la seconda settimana di Teatro a Corte, il prossimo 13 luglio, negli spazi del Polo del ‘900. Il film, uscito nel 2010, vede protagonisti un gruppo di rifugiati politici somali, che hanno vissuto nell’ex caserma di Via Asti a Torino. La caserma, intitolata a Lamarmora, è un simbolo della storia del nostro paese: fondata durante la prima espansione coloniale di fine ‘800 nel corno d’Africa, negli anni ‘40 divenne poi l’ufficio della polizia investigativa della guardia nazionale fascista.
I gemelli De Serio, insieme a una scrittrice, attrice e poetessa italo somala, Suad Omar, hanno chiesto ai rifugiati di raccontare loro i viaggi di sradicamento, le loro drammatiche esperienze, l’odissea nei centri di accoglienza, fino all’approdo a Torino in via Asti. Recuperando la tradizione orale somala, i De Serio hanno chiesto ai rifugiati di rielaborare in forma poetica le loro storie di vita. La poesia in Somalia era infatti la forma preferenziale per trasmettere i messaggi politico-sociali tra tribù. I rifugiati hanno imparato le loro poesie, a formare una catena poetica da recitare a memoria, muovendosi tra le stanze di via Asti. La proiezione del lungometraggio Stanze, rientra all’interno del progetto Stanze/Qolalka pensato in collaborazione con il Festival delle Colline Torinesi e rappresenta la prima tappa di un lavoro biennale dedicato alla poesia somala, strumento di dibattito pubblico e politico in quel Paese prima dell’avvento della scrittura negli anni ’70 con l’instaurarsi della dittatura di Siad Barre.
Ecco un estratto del lungometraggio:

Il fantasma di Palazzo Lascaris

Il fantasma di Canterbury di Oscar Wilde narra la storia dell’ambasciatore americano Hiram B. Otis e della sua famiglia, la moglie Lucretia, il primogenito Washington, la figlia quindicenne Virginia e i gemelli esperti di scherzi e tranelli Stars e Stripes, che si trasferiscono nell’antica tenuta di Canterville Chase, nella campagna inglese, dove, nel 1575, si era consumato l’omicidio della moglie di sir Simone di Canterville. Da quel momento la presenza di un fantasma aveva reso impossibile il ritorno a casa alla nobile stirpe dei Canterville, i cui membri erano stati spaventati a morte o condotti alla pazzia, costretti a rinunciare per sempre alla tenuta di famiglia. Il fantasma proverà dunque a spaventare i nuovi arrivati con lugubri apparizioni notturne, grida, sospiri, clangori di varia natura, ma i nuovi proprietari non prenderanno troppo sul serio le sue apparizioni, e il racconto si trasformerà in una parodia delle classiche storie del terrore.
Il maestro della nuova magia Etienne Saglio approda con i suoi incanti a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, per una performance site specific in occasione della seconda settimana di Teatro a Corte, a evocare proprio un fantasma, una creatura acquatica e celeste che segue movenze sinuose o rapidissime. Una provocazione? Un sogno? Una fantasia?
Wilde pubblicò il Il fantasma di Canterville nel 1887 sulla Court and society Review. Il breve racconto, che si snoda con un gusto grottesco tipico del tempo, ma al contempo con grande ironia, mette in luce le differenze tra la cultura americana e la società inglese. Vi diamo appuntamento con FANTÔME di Etienne Saglio il prossimo 13 luglio dalle 22 lasciandovi con un brano scelto da Il fantasma di Canterbury: la scena che segue racconta di come sul tappeto del salotto di Canterville Chase sia rimasta una macchia di sangue a testimonianza del delitto, macchia che è impossibile lavare via, nonostante siano trascorsi secoli. Gli Otis, però, non ne restano troppo sconvolti e, tramite l’ausilio del Super Smacchiatore e Detersivo Incomparabile Pinkerton, provano, con uno spruzzo, a farla sparire.

 Il temporale imperversò furioso tutta la notte, ma non accadde nulla di notevole. La mattina seguente, tuttavia, quando scesero per la prima colazione, trovarono che la spaventosa macchia di sangue era ricomparsa sul pavimento. “Non credo possa essere colpa del Super Detersivo,” osservò Washington “perché l’ho provato con tutto e mi ha sempre dato risultati perfetti. Dev’essere stato il fantasma”. Di conseguenza fregò via la macchia una seconda volta, ma ecco che la seconda mattina era comparsa di nuovo. E ci fu anche la terza mattina, benché la biblioteca fosse stata chiusa a chiave la notte da Mister Otis in persona, il quale aveva poi portato via la chiave con sé. Tutta la famiglia cominciava ormai a interessarsi seriamente alla faccenda: a Mister Otis venne il sospetto di essere stato forse un po’ troppo dogmatico nel negare l’esistenza di fantasmi, Miss Otis espresse l’intenzione di farsi socia dell’Associazione Psichica, e Washington stilò una lunga lettera per i signori Myers & Pomodore sulla permanenza delle macchie sanguigne allorché queste siano connesse con qualche delitto. Quella notte ogni dubbio intorno all’effettiva esistenza dei fantasmi fu dissipato per sempre. Il giorno era stato caldo e soleggiato e quando, verso sera, l’aria rinfrescò, la famiglia Otis uscì in massa per una scarrozzata. Non rincasarono che alle nove, e consumarono un pasto leggero. Durante la conversazione non fu fatto il benché minimo accenno a spettri e fantasmi, di modo che mancavano anche quelle condizioni primarie di attesa ricettiva che spesso precedono il verificarsi di fenomeni psichici. Come mi narrò in seguito Mister Otis, il discorso cadde su quegli argomenti che formano di solito il nocciolo della conversazione tra gli americani colti delle classi superiori, come ad esempio l’enorme superiorità, quale attrice, della signorina Fanny Davenport al confronto di Sarah Bernhardt; la difficoltà di trovare granoturco acerbo, focacce di sorgo e pannocchie bollite nel latte anche nelle migliori case inglesi; l’importanza di Boston sullo sviluppo dell’anima universale; i vantaggi del bagaglio assicurato nei viaggi per ferrovia, e la dolcezza dell’accento di Nuova York in paragone alla pronuncia strascicata dei londinesi. Non si parlò neppure lontanamente di cose soprannaturali e tanto meno fu fatta alcuna allusione a sir Simon de Canterville. Alle undici la famiglia si ritirò e alle undici e mezzo tutte le luci erano spente.

Poco tempo dopo Mister Otis venne però risvegliato da un curioso rumore che proveniva dal corridoio, proprio davanti all’uscio di camera sua. Risuonava come uno stridore di metallo che pareva farsi sempre più vicino ad ogni istante. Il ministro si alzò senza indugi, accese un fiammifero e guardò l’orologio. Era l’una esatta. Si sentiva calmissimo, e si tastò il polso per accertarsi di non essere febbricitante. Lo strano rumore continuava, accompagnato ora da un distinto strascicare di passi. Il ministro s’infilò le pantofole, tolse dal cassetto del tavolino da notte una minuscola fiala di forma oblunga, e aprì la porta. Diritto davanti a sé vide ergersi, nell’esangue luce lunare, un uomo dall’aspetto spaventoso.

[trad.it di M. Gallone, Milano, Rizzoli, 1982]

 

 

La grafica del movimento. Conversazione con Andrea Costanzo Martini.

Raggiungiamo Andrea Costanzo Martini mentre è in viaggio tra Tel aviv e Bologna: ‘’Vivo in Israele ma sono spesso in volo per lavoro tra spettacoli, coreografia e insegnamento’’. Aspettiamo che arrivi in Piemonte il 10 luglio con RE-AL DANCES, un progetto site-specific elaborato appositamente per il Castello di Aglié in occasione di Teatro a Corte, in un sodalizio con due altre coreografe e danzatrici d’eccezione, Inés Boza Roser, che a Barcellona dirige il progetto scenico I.Boza/SenZaTemPo e Lopez Espinoza, diplomata alla MTD – Theaterschool di Amsterdam e già ospite dei più importanti festival europei. ‘’La mia nuova coreografia site specific si intitola Occhio di Bue, ci racconta Andrea Costanzo Martini, ”ed è stata creata ad hoc per il teatrino di Agliè, un luogo scenico incantevole ma con notevoli restrizioni sia di spazio che di pubblico’’. I tre artisti hanno avuto carta bianca e hanno immaginato di poter condurre lo spettatore in una visita guidata del castello di Agliè, lavorando ognuno in continuità con le proprie cifre stilistiche, creando microcosmi da esplorare in una relazione intima e complice con lo spettatore. ‘’Lavorare in un luogo prestabilito è un modo per misurarsi con limiti e fantasie altrimenti difficilmente immaginabili’’, continua Andrea, ”è un modo per rendere attuali luoghi altrimenti dedicati solo allo sguardo, come oggetti in un museo, e farli vivere della presenza dei performers e del pubblico’’. Agliè che, in occasione di Teatro a Corte ospiterà anche Talismani, un viaggio tra le fiabe più belle di Gozzano, diventa dunque luogo ricco di sorprese, rivela i suoi spazi, come il teatrino e la sala da ballo, diventa palcoscenico per storie e corpi, con tutti i limiti e le potenzialità connesse, come ci racconta Andrea: ”Ad Agliè la mancanza di profondità del palcoscenico mi costringe da un punto di vista fisico a lavorare sulla grafica del movimento, in modo quasi bidimensionale e mi offre la possibilità di trovare modi diversi per espormi al pubblico in uno spazio dove non ci si può nascondere. Il gioco tra cosa decido di mostrare e cosa non lascio vedere forma la coreografia e la drammaturgia del pezzo. Inoltre il luogo, essendo così piccolo, porta ad una grande intimità tra me ed il pubblico. Quando lavoro ad una coreografia tendo a pormi dei limiti, e nel caso del site specific questi limiti sono già dettati dal luogo’’.
Andrea Costanzo Martini fa riferimento all’iter della composizione, a che cosa significhi la committenza, la relazione con uno spazio e in un tempo specifico, e che cosa sia veramente importante, nella relazione artista-pubblico: ‘’Durante il processo creativo mi sono posto molte domande sulla figura del performer. A chi obbedisce? A se stesso o a chi commissiona il lavoro? E quando il performer è anche coreografo quali sono gli equilibri di potere? Immagino una situazione simile ma 200 anni fa. Fossi stato invitato allora, avrei potuto fare quello che faccio oggi? Il teatrino di Agliè funziona, per me, come lente di ingrandimento su queste domande. L’uomo di spettacolo e il palcoscenico. Nessuna via di scampo”. E a proposito del perché ci sia ancora bisogno di passare dal corpo, di trasmettere e ricevere attraverso i suoi strumenti: ”Viviamo in un periodo nel quale la nostra consapevolezza, sempre più proiettata verso un mondo di simboli, immagini e astrazioni, tende a dimenticarsi della necessità del corpo. Un corpo non consapevole di sé, del piacere o del dolore, è un corpo che può essere usato ed abusato da chiunque. Sapersi ascoltare nei propri limiti, debolezze ed imperfezioni ed imparare a lavorare con la propria carne (fallibile) è una delle migliori forme di resistenza ad un sistema che, pur promuovendo in superficie la differenza e l’unicità come valori ideali, ci vuole tutti belli, tutti tonici, tutti uguali, tutti un po’ insoddisfatti di noi stessi e senza troppe domande”.

V per vertigine

Sono due quest’anno le compagnie ospiti di Teatro a Corte che si muovono sul sottile filo della vertigine e che portano le loro creazioni inserite in un percorso di spettacolo nella Palazzina di Caccia di Stupinigi, in scena l’8 luglio prossimo.
Colporteurs propongono L’Étoile, una struttura di tubi metallici e di funi d’acciaio, simile ad una scultura, e presentano due performance, Evohé, rilettura del mito di Teseo e Arianna, e Le chas du violon, racconto del legame tra una madre e una figlia. Le due acrobate/danzatrici francesi Pauline Barboux e Jeanne Ragu si esibiscono, invece, su un particolare strumento di loro stessa invenzione, la Quadrisse, un congegno circense composto da quattro sottili trecce di corda nera che esaltano le evoluzioni acrobatiche delle danzatrici, che presantano una performance dedicata alla sospensione. Sempre a Stupinigi, Marco Muzzon, scenografo e artista, propone un percorso/installazione tra le fiabe più famose, in un gioco di rimandi in cui è possibile che una fiaba si trasformi in sedia e una sedia si trasformi in fiaba.
E, a proposito di luoghi non convenzionali che accolgono le arti performative e di omaggi alla vertigine, non si possono non ricordare le imprese di Philippe Petit, il primo vero interprete del funambolismo fuori dai teatri e circhi, le cui iniziative leggendarie hanno fatto il giro del mondo. Nel 1971, infatti, Petit diede inizio alle sue avventure: si mosse sospeso a un filo tra i due campanili di Notre Dame, con una corda tesa, sotto lo sguardo sgomento degli spettatori casuali che lo osservavano dalla strada. Con la stessa tecnica, l’artista ha attraversato le cascate del Niagara, poi il Superdome di New Orleans, e ha anche teso una corda fino al secondo piano della Tour Eiffel. La sua impresa più celebre si è svolta nel 1974: il 7 agosto Petit riuscì a camminare in sospensione su un cavo teso tra le due Torri Gemelle ancora in costruzione, facendo avanti e indietro per otto volte, con in mano un’asta per tenersi in equilibrio e senza alcuna rete di sicurezza, muovendosi su una corda in acciaio lunga più di 60 metri e a 415 metri di altezza dal suolo, tramite un filo guida scagliato con arco e freccia. Petit fu arrestato al termine dell’impresa, ma considerata l’attenzione mediatica, le accuse formali furono fatte cadere e fu condannato ad esibirsi a Central Park, sotto gli occhi incantati di adulti e bambini.

Gozzano e l’asinella Geraldina

Forse il maggiore tra i nostri autori crepuscolari, Guido Gozzano è sopratutto conosciuto per la sua produzione poetica, per quella Signorina Felicita della casetta nel canavese. Eppure, tra il 1909 e il 1914, Gozzano scrisse venticinque fiabe di gusto e personaggi classicheggianti, pubblicate ne il «Corrierino dei piccoli» in «Adolescenza». Il cantastorie Claudio Zanotto Contino ha deciso di far rivivere alcuni di questi racconti, in una performance site-specific studiata in occasione del festival Teatro a Corte per la scenografica Villa Il Meleto di Agliè, residenza estiva di Guido Gozzano, insieme all’ausilio di un’asinella, a formare una coppia artistica tra le meno convenzionali del panorama teatrale italiano. Claudio Zanotto Contino ha scelto di dare voce e corpo a tre delle le fiabe di Gozzano, quelle forse più vicine alla tradizione: Il ballo degli gnomi, Il mugnaio e il suo signore e I tre talismani, in un viaggio alla riscoperta di luoghi e personaggi del Piemonte.
Vi riportiamo il testo integrale de Il ballo degli gnomi, la storia di una matrigna, un principe e due sorellastre che incontrano nel bosco un gruppo di gnomi…

Quando l’alba si levava,
si levava in sulla sera,
quando il passero parlava
c’era, allora, c’era… c’era…

 

… una vedova maritata ad un vedovo. E il vedovo aveva una figlia della sua prima moglie e la vedova aveva una figlia del suo primo marito. La figlia del vedovo si chiamava Serena, la figlia della vedova si chiamava Gordiana. la matrigna odiava Serena ch’era bella e buona e concedeva ogni cosa a Gordiana, brutta e perversa.
La famiglia abitava un castello principesco, a tre miglia dal villaggio, e la strada attraversava un crocevia, tra i faggi millenari di un bosco; nelle notti di plenilunio i piccoli gnomi vi danzavano in tondo e facevano beffe terribili ai viaggiatori notturni.
La matrigna che sapeva questo, una domenica sera, dopo cena, disse alla figlia:
– Serena, ho dimenticato il mio libro di preghiere nella chiesa del villaggio: vammelo a cercare.
– Mamma, perdonate… è notte.
– C’è la luna più chiara del sole!
– Mamma, ho paura! Andrò domattina all’alba…
– Ti ripeto d’andare! – replicò la matrigna.
– Mamma, lasciate venire Gordiana con me…
– Gordiana resta qui a tenermi compagnia. E tu va’!
Serena tacque rassegnata e si pose in cammino. Giunse nel bosco e rallentò il passo, premendosi lo scapolare sul petto, con le due mani.
Ed ecco apparire fra gli alberi il crocevia spazioso, illuminato dalla luna piena.
E gli gnomi danzavano in mezzo alla strada.
Serena li osservò fra i tronchi, trattenendo il respiro. Erano gobbi e sciancati come vecchietti, piccoli come fanciulli, avevano barbe lunghe e rossigne, giubbini buffi, rossi e verdi, e cappucci fantastici. Danzavano in tondo, con una cantilena stridula accompagnata dal grido degli uccelli notturni. Serena allibiva al pensiero di passare fra loro; eppure non c’era altra via e non poteva ritornare indietro senza il libro della matrigna. Fece violenza al tremito che la scuoteva, e s’avanzò con passo tranquillo.
Appena la videro, gli gnomi verdi si separarono da quelli rossi e fecero ala ai lati della strada, come per darle il passo. E quando la bimba si trovò fra loro la chiusero in cerchio, danzando. E uno gnomo le porse un fungo e una felce.
– Bella bimba, danza con noi!
– Volentieri, se questo può farvi piacere…
E Serena danzò al chiaro della luna, con tanta grazia soave che gli gnomi si fermarono in cerchio, estatici ad ammirarla.
– Oh! Che bella graziosa bambina! – disse uno gnomo.
Un secondo disse: – Ch’ella divenga della metà più bella e più graziosa ancora.
Disse un terzo:
– Oh! Che bimba soave e buona!
Un quarto disse: – Ch’ella divenga della metà più ancora bella e soave!
Disse un quinto: – E che una perla le cada dall’orecchio sinistro ad ogni parola della sua bocca.
Un sesto disse: – E che si converta in oro ogni cosa ch’ella vorrà.
– Così sia! Così sia! Così sia!… – gridarono tutti con voce lieta e crepitante.
Ripresero la danza vertiginosa, tenendosi per mano, poi spezzarono il cerchio e disparvero. Serena proseguì il cammino, giunse al villaggio e fece alzare il sacrestano perché la chiesa era chiusa.
Ed ecco che ad ogni parola una perla le usciva dall’orecchio sinistro, le rimbalzava sulla spalla e cadeva per terra. Il sagrestano si mise a raccoglierle nella palma della mano. Serena ebbe il libro e ritornò al castello paterno. La matrigna la guardò stupita. Serena splendeva di una bellezza mai veduta:
– Non t’è occorso nessun guaio, per via?
– Nessuno, mamma.
– E raccontò esattamente ogni cosa. E ad ogni parola una perla le cadeva dall’orecchio sinistro.
La matrigna si rodeva d’invidia.
– E il mio libro di preghiere?
– Eccolo, mamma.
La logora rilegatura di cuoio e di rame s’era convertita in oro tempestato di brillanti.
La matrigna trasecolava.
Poi decise di tentare la stessa sorte per la figlia Gordiana. La domenica dopo, alla stessa ora, disse alla figlia di recarsi a prendere il libro nella chiesa del villaggio.
– Così sola? Di notte? Mamma, siete pazza?
E Gordiana scrollò le spalle.
– Devi ubbidire, cara, e sarà un gran bene per te, te lo prometto.
– Andateci voi!
Gordiana, non avvezza ad ubbidire, smaniò furibonda e la madre fu costretta a cacciarla con le busse, per deciderla a partire.
Quando giunse al crocevia, inargentato dalla luna, i piccoli gnomi che danzavano in tondo si divisero in due schiere ai lati della strada, poi la chiusero in cerchio; e uno si avanzò porgendole il fungo e la felce e invitandola garbatamente a danzare.
– Io danzo con principi e con baroni: non danzo con brutti rospi come voi.
E gettò la felce e il fungo e tentò di aprire la catena dei piccoli ballerini con pugni e con calci.
– Che bimba brutta e deforme! – disse uno gnomo.
Un secondo disse: – Ch’ella diventi della metà più ancora cattiva e villana.
– E che sia gobba!
– E che sia zoppa!
– E che uno scorpione le esca dall’orecchio sinistro ad ogni parola della sua bocca.
– E che si copra di bava ogni cosa ch’ella toccherà.
– Così sia! Così sia! Così sia!… – gridarono tutti con voce irosa e crepitante.
Ripresero la danza prendendosi per mano, poi spezzarono la catena e disparvero.
Gordiana scrollò le spalle, giunse alla chiesa, prese il libro e ritornò al castello.
Quando la madre la vide dié un urlo:
– Gordiana, figlia mia! Chi t’ha conciata così?
– Voi, madre snaturata, che mi esponete alla mala ventura.
E ad ogni parola, uno scorpione dalla coda forcuta le scendeva lungo la persona.
Trasse il libro di tasca e lo diede alla madre; ma questa lo lasciò cadere con un grido d’orrore.
– Che schifezza! È tutto lordo di bava!
La madre era disperata di quella figlia zoppa e gobba, più brutta e più perversa di prima. E la condusse nelle sue stanze, affidandola alle cure di medici che s’adoprarono inutilmente per risanarla.
Si era intanto sparsa pel mondo la fama della bellezza sfolgorante e della bontà di serena, e da tutte le parti giungevano richieste di principi e di baroni; ma la matrigna perversa si opponeva ad ogni partito.
Il Re di Persegonia non si fidò degli ambasciatori, e volle recarsi in persona al castello della bellezza famosa. Fu così rapito dal fascino soave di Serena che fece all’istante richiesta della sua mano.
La matrigna soffocava dalla bile; ma si mostrò ossequiosa al re e lieta di quella fortuna. E già macchinava in mente di sostituire a Serena la figlia Gordiana.
Furono fissate le nozze per la settimana seguente. Il giorno dopo il Re mandò alla fidanzata orecchini, smaniglie, monili di valore inestimabile.
Giunse il corteo reale per prendere la fidanzata. La matrigna coprì dei gioielli la figlia Gordiana e rinchiuse Serena in un cofano di cedro.
Il Re scese dalla carrozza dorata e aprì lo sportello per farvi salire la fidanzata. Gordiana aveva il volto coperto d’un velo fitto e restava muta alle dolci parole dello sposo.
– Signora mia suocera, perché la sposa non mi risponde?
– È timida, Maestà.
– Eppure l’altro giorno fu così garbata con me…
– La solennità di questo giorno la rende muta…
Il Re guardava con affetto la sposa.
– Serena, scopritevi il volto, ch’io vi veda un solo istante!
– Non è possibile, Maestà – interruppe la matrigna – il fresco della carrozza la sciuperebbe! Dopo le nozze si scoprirà.
il Re cominciava ad inquietarsi.
Proseguirono verso la chiesa e già la madre si rallegrava di veder giungere a compimento la sua frode perversa.
Ma passando vicino ad un ruscello, Gordiana, smemorata ed impaziente, si protese dicendo:
– Mamma, ho sete!
Non aveva detto tre parole che tre scorpioni neri scesero correndo sulla veste di seta candida.
Il Re e il suocero balzarono in piedi, inorriditi, e strapparono il velo alla sposa. Apparve il volto orribile e feroce di Gordiana.
– Maestà, queste due perfide volevano ingannarci.
Il suocero e il Re fecero arrestare il corteo a mezza strada. Il Re salì a cavallo e volle ritornare, solo, di gran galoppo, al castello della fidanzata.
Salì le scale e prese ad aggirarsi per le sale chiamando ad alta voce.
– Serena! Serena! Dove siete?
– Qui, Maestà!
– Dove?
– Nel cofano di cedro!
Il Re forzò il cofano con la punta della spada e sollevò il coperchio. Serena balzò in piedi, pallida e bella. Il re la sollevò fra le braccia, la pose sul suo cavallo e ritornò dove il corteo l’aspettava. Serena prese posto nella berlina reale, tra il padre e il fidanzato.
Furono celebrate le nozze regali.
Della matrigna e della figlia perversa, fuggite attraverso i boschi, non si ebbe più alcuna novella.

 

 

La danza del calcio

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.
Così scriveva Pier Paolo Pasolini, mescolando nel calderone della vita sacralità, teatro, spettacolo, sport. Non solo poeta, autore e regista, ma anche calciatore (a quanto pare una ”discreta ala destra”), e teorico del football quale sistema di segni, cioè vero e proprio linguaggio, con le sue caratteristiche intrinseche.

Pasolini durante una partita di calcio

Pasolini durante una partita di calcio

Pasolini non rappresenta l’unico esempio di incontro tra mondo dell’arte e dello sport: il calcio di Umberto Saba, raccontato in Cinque poesie per il gioco del calcio, ad esempio, è quello visto dal filtro di un poeta, che rimane sgomento da come l’esperienza di una partita diventi strumento preferenziale di unione, del sentirsi insieme, un’occasione per realizzare uno dei rari attimi disinteressati, collettivi, appassionati del vivere umano (Piaceva/ essere così pochi intirizziti/ uniti,/ come ultimi uomini su un monte,/ e guardare di là l’ultima gara.).
E in queste giornate di Europei e di raccoglimento intorno alla fede calcistica, con l’Italia che mette tutti d’accordo e riaccende le passioni di una nazione intera e solletica i sogni dei bambini di diventare calciatori, appare molto interessante la proposta della danzatrice e coreografa catalana Vero Cendoya che, nel suo La Partida (in prima nazionale per Teatro a Corte il 16 luglio, alle 19, nella suggestiva cornice del Castello di Racconigi) schiera su un campo/palcoscenico cinque danzatrici e cinque giocatori di football, creando una strana commistione che mescola le regole del calcio alla danza, cercando le affinità tra le due discipline. Vero Cendoya, formatasi presso il Dipartimento di Danza Contemporanea dell’Istituto di Teatro di Barcellona, ha fondato l’omonima compagnia nel 2008, sperimentando la collaborazione con artisti provenienti da discipline composite (dal cinema alla musica d’avanguardia, dal trasformismo alla poesia e alla pittura).
La coreografa catalana si domanda che cosa abbia in comune lo sport con la danza e perché le masse si lascino così tanto affascinare dal calcio, e risponde a questi quesiti con ironia, creando vivaci occasioni di confronto tra mondi lontani e potenzialmente contrapposti. Il risultato è una proposta di riflessione sulle necessità e priorità dell’essere umano. Passioni, animalità si confrontano in una partita in cui protagonisti e spettatori (opportunamente coinvolti, come fossero una vera e propria tifoseria, qualche giorno prima della mise-en-scène) si interrogano sulla vita sul terreno del gioco, dove i confini di campo e palcoscenico, magicamente, si confondono.