I Tre Moschettieri

Alcune parole per i Tre Moschettieri

Assolutamente da vedere!

Assolutamente da non perdere

Stupendo!!!!

Spero che tornino..

A leggere questi commenti, pare quasi di trovarsi davanti alla copertina di un libro di successo, di un cult del mercato editoriale, del giallo preferito per l’estate. E invece, questi blurb (letteralmente ‘strillo’, termine coniato nel 1906, dall’umorista americano Gelet Burgess), ovvero le parole di approvazione per grandi e piccoli autori stampate, come tradizione vuole, sulle copertine o sulle fascette per libri, sono invece commenti (da Facebook) di approvazione, dilazionati nel tempo, dedicati alle 8 puntate de I Tre Moschettieri che Fondazione TPE ha messo in scena nella scorsa stagione. La natura stessa degli 8 spettacoli, la vicinanza, anche per conformazione degli spazi, tra attori e spettatori, ha suggerito al pubblico una grande empatia con i protagonisti. I commenti sui social network sono stati numerosi, calorosi. Ve ne riportiamo qui alcuni, e vi diamo appuntamento alla prossima stagione per il ritorno di Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan e degli altri personaggi, con Moschettieri Cabaret, in scena 25 al 30 ottobre al Teatro Astra.

Ivan La domanda più frequente che ho sentito tra gli spettatori alla fine dell’ultima puntata è stata: “E adesso?! Come faremo senza I Moschettieri?!?” Ad ogni modo, grazie davvero! Ci mancherete molto. Spero anch’io che sia solo un arrivederci

Angela Ci avete fatto ridere per sette puntate e piangere all’ottava… Tutti, grandi e piccoli, abbiamo partecipato al vortice di emozioni messe in scena in modo magistrale dagli otto registri da tutti i tecnici e dai fantastici attori della compagnia. Un arrivederci commosso a tutti voi

Elena C’ero anche io allo spettacolo delle 18.00 di ieri. Uno spettacolo incredibile, ironico, intelligente, spassoso, gli attori bravissimi. Non vedo l’ora che arrivi la prossima domenica per continuare il divertimento. Bravi..Bravi tutti

Simona Spero che sarà solo un arrivederci perché è stata un’esperienza bellissima ed esaltante. Arrivavamo a teatro per essere trasportate nel mondo di Dumas e nel XVII secolo, per poi portarci a casa l’allegria e il buonumore che ci regalavate e godercelo nell’attesa della puntata successiva. In casa nostra si continuano a canticchiare le vostre canzoni, e guai a sbagliare una parola o a steccare, si viene immediatamente redarguiti e corretti! Insomma: se lo rifate siamo con voi: tutti per uno, uno per tutti!

Enrico Ci mancherete, ci avete fatto divertire, ci avete liberato la mente dalle preoccupazioni e siamo usciti da Teatro ogni volte meglio di come eravamo entrati….è stata un’esperienza magica, me la porterò dentro per tanto tempo, e sono davvero contento di esserci stato. Grazie di cuore a tutti voi. E spero, davvero, che i Moschettieri torneranno. Non ci dimenticheremo mai di voi. E speriamo di rivedervi tutti insieme presto!!!! Per Dumas, o, perchè no, per I misteri della Jungla Nera in versione Teatrale!!!

Elena Spero che sia un arrivederci!!! Il pubblico premierà questa grande produzione di qualità, con attori giovani, musiche originali eseguite in mezzo alla mischia e bellissimi cori. Anche le istituzioni dovrebbero sostenere progetti speciali come questo. Ho apprezzato la capacità di trovare sponsor e di incastonarli in modo ironico nello spettacolo e senza snobismi. Il teatro “povero” per ragazzi lo seguo da otto anni in giro per teatri, è bellissimo e poetico ma è la prima volta che vedo una vera grande compagnia con tutto l’apparato scenico e immaginifico che serve, al servizio di un progetto diretto anche ai bambini. Le grandi scenografie non stanno bene solo al Regio 🙂 Viva il teatro Astra dove vidi una meravigliosa Ifigenia in Tauride!!! E in biglietteria la signora francese più gentile dell’universo

Enrico OTTAVA PUNTATA FANTASTICA!!!!!!! BRAVISSIMI TUTTI!!! Scrivere sull’onda dell’entusiasmo dopo aver appena avuto la fortuna di assistere all’epilogo dei Moschettieri (in replica per altre cinque sere, fino al primo maggio, e invidio chi deve ancora vedere questa fantastica, bellissima messa in scena del capitolo finale della storia). Tutti particolarmente in forma, brillanti, bravi, ispirati, concentrati come sempre gli attori, ottima la regia, le luci, la scenografia, le musiche, l’organizzazione, colpi di scena scenici da quando entri in sala a quando esci, questa puntata è stratosferica, bella, malinconica, dark e cupa, avvincente, forte, ti lascia tanto, Dumas ancora una volta sarebbe stato felice di questo spettacolo. E’ stata davvero una fortuna, un onore, un piacere poter assistere a tutte le puntate, davvero. Spero che tutti coloro che hanno lavorato a questo spettacolo abbiano gioia e felicità professionale e personale, se lo meritano, e hanno dimostrato che il detto di Dumas, il motto dei Moschettieri è una cosa realizzabile, e porta fortuna: uno per tutti, e tutti per uno!!! E spero che questo sia un arrivederci….grazie Moschettieri, grazie a tutti voi del teatro Astra

Laura i tre moschettieri è un’opera con una peculiarità particolare: l’essere divisa idealmente in due parti, una allegra e guascona, l’altra cupa e drammatica. chi vuole mettere in scena deve per forza scontrarsi con il seguire una linea, che inevitabilmente è quella della commedia, o cambiare registro dopo il recupero dei puntali. teatralmente la scelta ricade sempre sulla commedia, ed è una scelta giusta, che rispetta le aspettative degli spettatori e il carattere allegro dell’autore. alla luce di questo, la sdrammatizzazione presente in quest’episodio mi piace, poichè rispetta le intenzioni del testo, senza snaturarlo eccessivamente. gran bell’episodio!

Giorgio Miladychièmiladychefa. Credo che il punto chiave sia questo.La vicenda dei giovani guasconi, le trame più o meno oscure del cardinale che riesce a cerebralizzare ed a rendere sottile e vaga l’identità sessuale così gioiosamente e giocosamente eclatante ed esplicita in sua maestà , rendendola inscindibile dalla brama di potere, l’amore buffo ed arruffone di Buckingham ed Anna, le tante vicende collaterali dei personaggi di volta in volta alla ribalta, che una sera ti sembra siano fondamentali e poi non vedi più, la musica che varia e delinea le atmosfere, specchio degli stati d’animo. Ma, ma se non ci fosse quella traccia che inizia subito nera e misteriosa, poi diviene più nitida, più comprensibile, poi ti sfugge di nuovo, ritorna, inquietante ed ammaliante al tempo stesso, ipnotica e seducente. Se non ci fosse, sarebbe un Van Gogh senza il colore. E quando si muove lei, si muove la vicenda , ora rallenta , ora si ferma , ora non ci stai dietro, si complica, ora diviene chiara è lampante. E poi, poi ti accorgi che tutto o quasi, parte da quella domanda che oramai ti risuona dentro, Milady chi è Milady che fa..? Una domanda a cui non vorremmo mai una risposta.

Giorgio E domani sera siamo all’ultima. In questi mesi ci avete accompagnato non solo con la presenza nel giorno dello spettacolo ma negli spazi , negli intervalli di vita tra gli episodi . E allora adesso non è più importante la vicenda, non mi incuriosisce la fine, voglio che rimanga la sensazione di una consuetudine ( nella sua accezione positiva ) di una dolcezza e serenità che continui ad accompagnarmi. Ormai siete compagni nei miei giorni, camminiamo insieme. L’unico finale che accetterei è quello a sorpresa, ma la sorpresa sarebbe…signori , lo spettacolo non è finito , continua, insieme, e, se non saremo su questo palco , beh…saremo sul palco della vita. Mi mancherete.

Enrico Settima puntata. Il viaggio si avvia verso l’ultima puntata, e già ne hai nostalgia. Ma la magia rimane. La città di Torino, che ha resistito all’assedio del 1706, ai bombardamenti e che, ne siamo certi, sarà importante per tutto il Paese nei prossimi anni, dovrebbe adottare questa compagnia di artisti, che siano liberi di andare per il mondo, ma che abbiano sempre qui una loro casa ideale, un punto di riferimento, in cui ritornare quando lo vorranno, perché abbiamo bisogno tutti della loro arte, perchè l’arte alla fine ti salva, perchè l’arte è potente come la luce dell’alba dopo ogni “notte buia e tempestosa”. Regia di Ugo Gregoretti, che ti fa venire in mente la sua versione divertentissima in bianco e nero del Circolo Pickwick, realizzata per la Rai con, fra gli attori, un giovanissimo Gigi Proietti…e il cerchio quasi si completa. Con questa compagnia, con questa regia e questa scenografia che sa di invenzioni che ti riportano alla grafica frizzante della pubblicità del dopoguerra, anche la parte più pesante del libro di Dumas diventa più leggera. Con l’inedita versione teatralesceneggiatura radiofonica, con tanto di presentatrice Lia Tomatis che fa la radiocronaca-sceneggiatura in diretta della puntata. Gli eroi sono sempre loro. I tre moschettieri più D’Artagnan. Che, smargiassi, allegri e mai impauriti, sfidano le pallottole degli ugonotti, le cannonate e trovano l’unico luogo al sicuro dalle orecchie delle spie del Cardinale, i bastioni de La Rochelle sotto il fuoco nemico, dove i quattro eroi vanno a fare colazione, e resistono più di un’ora…mentre Milady/Daria Pascal Attolini, beh, Milady fa Milady, e non ce n’è per nessuno, neanche per un trombone puritano come Felton, che, poverino, si prende schiaffoni per tutto il tempo da un Lord Winter sadomaso. Il lavoro sulle voci fatto degli attori in questa puntata dovrebbero vederlo tutti gli aspiranti attori. E poi, per chi come me è un fan sfegatato di questo spettacolo, e ama tanto tanto il libro di Dumas, vedere D’Artagnan Padre/Sergio Troiano che infila finalmente la cappa da moschettiere indosso al giovane D’Artagnan figlio/Luca Terracciano ha un che di epico davvero, una scena così bella che nemmeno nel libro c’è…l’idea del genio Aldo Trionfo di mantenere il papà di D’Artagnan per tutte le puntate, a mo di presenza moralizzatrice o personalizzazione della figura paterna interiorizzata dal giovane D’Artagnan, ci ha regalato un personaggio che abbiamo imparato ad amare come i Moschettieri stessi. Che dire? Lo show vale tutto il prezzo del biglietto, ma vale molto, molto di più per il cuore e lo spirito di noi spettatori, e non vedi l’ora di vedere la prossima puntata, anche se sai già che, siccome sarà l’ultima, ti mancheranno maledettamente tanto tutti, ma la poesia è anche questo: l’attimo magico e infinito in cui la vita si svolge, la luce che sfolgora di bontà e bellezza, e se poi finirà, la porterai dentro di te per sempre, come un sorriso che hai fatto in momenti allegri e che in te non si spegnerà mai!!!!!

Enrico La sesta puntata. Regia energicamente e esilarantemente dissacrante e di rottura di Robert Talarczyk.Il viaggio continua. D’Artagnan e Milady, l’eroe e la dark lady, che in questa puntata all’insegna della contaminazione, dei generi di teatro, delle epoche storiche (ma solo un po’, senza mai deragliare dall’universo Dumasiano, anzi mostrando come una storia così grande e attori così bravi possano reggere anche l’incursione di energie creative inarrestabili e dissacranti, che rompono gli schemi di un classico ottocentesco, ma Dumas era un uomo di mondo e un vero artista, questi artisti gli sarebbero piaciuti anche in questa puntata esilarante ) finalmente si incontrano e, poi, per l’indissolubile rapporto fra Eros e Morte, si scontrano…la dark lady, mai così dark e affascinante neanche al cinema, che sembra uscita da Sin City, e l’eroe, guascone, astuto fino alla fine, che cade nelle braccia della più terribile spia del cardinale nel modo più divertente mai realizzato, con Milady/Daria Pascal Attolini che insegue come una dark lady da film hard boiled o canzone di Buscaglione D’Artagnan/Terracciano che i costumisti hanno rockettarizzato in chiave davvero divertente…D’Artagnan che rimane inarrestabilmente devoto alla regina e alla sua ricerca di Costanza/Maria Alberta Navello, Costanza che nel libro come qui a teatro è lo spirito puro della storia, sempre a sua volta presente come un’entità superiore…D’Artagnan che proprio perché è pur sempre “Al servizio di sua maestà la Regina” (e credo che Bond e Fleming debbano infine qualcosina a Dumas e D’Artagnan) perpetra l’inganno con cui si fa beffe, qui in modo davvero esilarante (tanto da portarci persino in una discoteca nel pieno di una festa, con Athos/Onofrietti che cita Servillo in Sorrentino) della più terribile e letale spia del Cardinale, che potrebbe anche essere stato il primo capo della Spectre…ma qui, il Cardinale fa a gara in simpatia con Luigi XIII…abbiamo riso di cuore!!!. E poi, davvero, la creatività che esce dagli schemi, il papà di D’Artagnan/Troiano che interrompe la scena appena iniziata e rompe la barriera fra il pubblico e la storia, ma hegelianamente, quando l’io è negato dal non-io, poi si rafforza ancora di più, per cui la rottura della barriera fra pubblico e attori serve in realtà a rafforzare ancora di più l’incanto, come nella scena fra il Cardinale/Sarasso, la Regina/Favilla e Luigi XIII/Pizzetti, con il re che fa le bolle e regina e cardinale che fanno la calza….esilarante e divertente come lo spot dello sponsor di questa puntata, il cioccolato Oxicoa, vera altra genialata di questa edizione teatrale a puntate dei Moschettieri, ossia gli sponsor nella storia, un bell’esempio di product placement inserito in modo davvero simpatico e recitato da attori così bravi e accattivanti e soprattutto divertenti (Il re Luigi che si ferma con le tende lontano dalla Rochelle perché, lo accusa Richelieu, vuole mangiarsi di nascosto i gianduiotti) molto di più che certi attori hollywoodiani…le industrie dovrebbero investire molto di più nel teatro, questi artisti, queste maestranze, questa organizzazione lo meritano. E, poi, sempre, per chi ama i Tre Moschettieri, la figura paterna di Athos e quella di matrigna seduttrice di Milady nei confronti del figlio spirituale del conte de la Fere D’artagnan. Bravi tutti, dalle comparse ai primi ruoli, indimenticabile la scazzottata realizzata in montaggio alternato come al cinema (grazie ai maghi delle luci) fra Aramis/Romoli e Porthos/Casalis e gli sgherri del Cardinale, il cortometraggio muto della storia fra Athos e Milady e, poi, infine, l’incontro di amore-odio fra Athos e Milady, forse la vera storia d’amore del romanzo…su tutto, il vino d’Anjou…il capitolo che persino Perez Reverte ha messo al centro del suo indimenticabile Il club Dumas. E, legato al vino, indimenticabile stasera l’Oste-superstar!!! Era una notte buia e tempestosa, scrive Dumas…e noi, grazie al cielo, contro ogni avversità, siamo riusciti a tornare al Teatro Astra anche stavolta.Siamo riusciti a tornare a quella che per noi, è ora come una seconda casa. Grazie e complimenti!!!

Enrico Stanotte Dumas era con noi al teatro Astra. Ho appena visto la prima della quinta, meravigliosa puntata. Dal primo istante ci ha stupiti, incantati, divertiti un sacco, appassionati. Ogni puntata è più bella, ad ogni puntata siamo sempre più stupiti,meravigliati come bambini che vedono i loro eroi finalmente in carne e ossa a pochi metri da loro. Le prossime cinque repliche della quinta puntata domani sera e per cinque altre formidabili, incredibili notti. Poi avanti con questo viaggio, la spada in pugno e il cuore tutti per uno e uno per tutti, nella storia di Dumas. Onore questa sera all’energico capitano dei moschettieri, Treville/Moretti. L’uomo che ha affrontato il Cardinale. Quello che sta succedendo al teatro Astra con i Moschettieri ha del miracoloso. E’ luce pura, è creatività allo stato puro, lanciata sulla scacchiera bianca e nera del palcoscenico in cui siamo immersi tutti in luci magiche, straordinarie, che ci incantano gli occhi e fanno sognare il cuore, e noi spettatori a sognare, un sogno a puntate, che ci accompagna per dei mesi, e non ci lascia soli dopo una sola notte. Ho capito che qualcosa di speciale stava succedendo all’Astra nel momento in cui sono andato ad acquistare i biglietti per la prima puntata. Fare l’abbonamento per vederle tutte è stato come imbarcarci per un viaggio nei personaggi che ho sempre adorato, ora da uomo più ancora che da piccolo. Athos, grazie per quello che ci stai insegnando. D’Artagnan, quello che vorremmo essere, Porthos, che la vita vuol dire anche sorridere e avere la forza di travolgere il nemico con la propria vitalità, e Aramis, il cuore verso il cielo e l’amicizia uno per tutti sulla punta della spada. E tutti gli altri, Monsieur D’Artagnan/Troiano che ci accompagna come un padre orgoglioso e amorevole nel viaggio di formazione del suo figlio che, come noi tutti, è uomo e quindi non perfetto, ma è nobilitato dal coraggio che ti viene quando ami qualcuno e sei disposto a correre fino al di là del mare per quel qualcuno che ami.. Grazie davvero a tutti. Superiamo i nostri guai quotidiani sapendo che ritroveremo voi tutti, il Cardinale, Re Luigi, Milady, Costanza e tutti gli altri nelle prossime puntate…e vorremmo non finisse mai. Vorremmo che Torino vi adottasse tutti come Compagnia Teatrale della città in quel posto davvero magico che è il teatro Astra. Dove i maghi delle luci, delle scenografie, dei costumi, della musica e dei duelli di spada stanno realizzando con gli attori e i registi e chi ha scritto questi otto episodi qualcosa di magico. Il cuore ci batte forte di gioia, ogni puntata è la carica emotiva potente che vi vuole in questi tempi, che ti aiuta ad andare avanti, che ti mostra che il lavoro duro duro duro degli artisti ci salverà tutti, alla fine, perché lo sta già facendo. Vorremo che i tre moschettieri non ci abbandonassero mai. Il viaggio continua. Ora la quinta puntata potete vederla per altre cinque notti incantate. Fate un viaggio nel tempo. Tornare nella Parigi di Dumas. Non ve ne pentirete. Grazie a tutti gli artisti di questa magica avventura!!!!

Elisa Il personaggio di Luigi XIII è strepitoso. Complimenti all’attore che lo interpreta.

||Ne approfiattiamo per salutare Gianluigi Pizzetti, meraviglioso interprete del Re, che già trent’anni prima, nell’edizione che si svolse all’Aquila, aveva dato corpo e voce al medesimo ruolo.
Come potrete leggere qui sotto, non mancano le fan di Aramis e del protagonista D’Artagnan, le rassicuriamo: Luca Terracciano è bellissimo anche senza parrucca e ha tutti i capelli ben saldi sul capo:

Patrizia Nadia, finalmente vedremo i capelli di D’artagnan!! E per Chiara, lo sguardo di Aramis!

Nadia Seguro… Ma se poi è pelato??

Tre moschettieri in métro

Sembra che nessun luogo di Parigi disti più di 500 metri dalla stazione della metropolitana più vicina. In effetti, con le sue 16 linee e le 301 stazioni e le decorazioni Art Nouveau, lo Chemin de Fer Métropolitain è uno dei simboli della Ville Lumière.
Nella metà degli anno ’90, l’artista Janol Apin ha realizzato un progetto fotografico ”mettendo in scena” i nomi delle stazioni della metropolitana di Parigi, in un viaggio sotterraneo ironico, fatto di aneddoti e luoghi di rimando collettivo, in cui immagini e testo si incontrano parlando il linguaggio comune del mimo.
Il progetto fotografico si chiama Métropolisson, rigorosamente in bianco e nero: la stazione Argentine è illustrata con due coppie di ballerini che ballano il tango; Champ de Mars diventa occasione per ritrarre un’astronauta ben equipaggiato; Château d’eau mostra un giovane disteso per terra che protende il braccio per raggiungere un distributore dell’acquain Gare du Nord sono immortalati insieme un esquimese e un pinguino di peluche; Invalides ritrae un piccolo lazzaretto che comprende uno zoppo, una donna con il braccio fasciato, un uomo con la benda sull’occhio e un altro con la testa fasciata; Quatre Setembre cattura due bimbetti con cartella alla mano, in attesa del primo giorno di scuola. Non manca la stazione della metro dell’ XI arrondissement dedicata a Alexandre Dumas: I Tre Moschettieri padroneggiano la scena e incrociano le spade con i loro cappelli piumati.

Métropolisson_by_Janol_Apin_Argentine

Dumas, il campione del roman-feuilleton

Gli appuntamenti di approfondimento intorno a I Tre Moschettieri sono stati pensati in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino e hanno coinvolto alcuni docenti, registi, scenografi, costumisti, attori e tecnici, offrendo la possibilità di brevi incursioni in palcoscenico agli allievi che vi hanno partecipato. Martedì 22 marzo si è tenuta la lezione della prof.ssa Gabriella Bosco del Dipartimento di Lingue e letteratura straniere e Culture moderne dal titolo “I Tre Moschettieri e il feuilleton. La pratica della pubblicazione a puntata su rivista, Dumas e gli altri”, di cui riportiamo un estratto, scelto per gli amici del blog.


Théophile Gautier, lui stesso autore di romanzi che vennero pubblicati a puntate su rivista, scrisse che “i malati aspettarono l’ultima puntata dei Misteri di Parigi per morire”, il romanzo di Eugène Sue con cui la pratica della pubblicazione a puntate in rivista diventò fenomeno. Questo per farvi capire a che punto quel modo di pubblicare un romanzo fece presa sul pubblico e risultò vincente. Proprio come la riproposta adesso qui al Teatro Astra dei Tre Moschettieri a puntate, una sorta di trasposizione scenica di quella pratica di pubblicazione, che a sua volta ha riscontrato, per dinamiche probabilmente molto simili a quelle, altrettanto grande e confortante e dilagante successo.
Per cominciare dall’inizio, bisogna pensare che con il XIX secolo la letteratura entra nel circuito della produzione capitalistica, diventa per così dire “industriale” (come scrisse, sconfortato della cosa, Sainte-Beuve). Se lo scrittore vuole vivere della sua penna, deve vendere, cioè piacere. E lo deve fare passando per lo strumento atto a raggiungere il più gran numero di lettori, il mass media all’epoca per eccellenza, il giornale, il quotidiano o la rivista periodica.
Intanto il significato della parola: perché roman-feuilleton ovvero romanzo pubblicato in feuilleton: perché veniva impaginato nella parte bassa del foglio del giornale. In italiano è il romanzo “d’appendice”, per l’appunto stampato nella parte bassa, l’appendice del giornale. In modo tale che poteva venir ritagliata quella parte della pagina dove c’era la puntata e poi le varie puntate raccolte e rilegate insieme a formare il romanzo completo.
Il romanzo è all’epoca il genere più apprezzato dal pubblico di massa, il pubblico popolare. Genere minore e non molto letto alle origini, il romanzo ha preso via via più importanza nel corso del XVIII secolo fino a farsi nel XIX proprio grazie alla diffusione in feuilleton il genere letterario dominante fino alla fine del secolo. E il successo così grande è testimoniato dal fatto che, data l’ampiezza del fenomeno le autorità se ne preoccuparono ben presto così come i detentori del potere culturale. Si temette che il gusto per la finzione potesse ottenebrare la ragione, che l’immaginazione prendesse il sopravvento sul reale, che il diffondersi del piacere facesse scomparire l’amore per la virtù politica. E simili. E proporzionalmente al crescere del successo si sviluppò la contropropaganda, ovvero quella che faceva corrispondere il roman-feuilleton alla cattiva letteratura o alla letteratura per ragazzi, o femminile, o per vecchi, o per portinaie.
E ciò nonostante il successo della formula è tale all’epoca, e il mercato ne è a tal punto dominato che tutto ciò che conta nella letteratura romanzesca deve obbligatoriamente passare di lì: da Balzac à Zola, da Eugène Sue à Gaston Leroux, da Dumas à Maurice Leblanc (il creatore di Arsène Lupin), ma anche da Gautier, che citavo prima, a Barbey d’Aurevilly o a Huysmans. Tutti costoro sono passati per il feuilleton.
Perché a quell’epoca il giornale è la sola vetrina esistente, non ci sono premi letterari se non quello dell’Académie il quale però non raggiunge il grande pubblico, non ci sono strumenti come saranno poi la radio o la televisione.
Il che fa sì che sia errato considerare questa forma di letteratura marginale, come spesso si legge. Al contrario, era al centro dell’attenzione, al centro della lettura di massa, dell’immaginario, dell’ideologia. Ecco perché i poteri forti se ne preoccuparono. Proprio in questa letteratura popolare infatti si elabora sotto forma di luoghi comuni l’immaginario di un’epoca, immaginario nel quale affondano le radici della letteratura successiva, di quella attuale. Come dimostra peraltro, ripeto, il grande successo della ripresa di questi giorni orchestrata da Beppe Navello.
Già celebre come drammaturgo, Dumas diventa il campione del roman-feuilleton.
Dumas (1802-1870) è figlio di un generale dell’Impero di cui lui stesso ha scritto la leggenda nelle sue Memorie. Dopo la rivoluzione del 1830 cui prese parte con entusiasmo, lasciò un lavoro sicuro come expeditionnaire, cioè responsabile della dogana, per lanciarsi nel teatro, sotto l’ala protettrice di Nodier e a fianco di Hugo con altrettanto successo ma più duraturo di quello di Hugo. Antony nel 1831, La tour de Nesle nel 1832, Kean ou Désordre et génie nel 1836 fanno data nella storia del teatro romantico. A partire dal 1832 scrive racconti storici e impressioni di viaggio che pubblica in riviste e giornali. A conquistare sin da subito il pubblico sono la sua fantasia, il suo gusto per il pittoresco, la sua grande abilità nell’intrecciare drammaticamente le vicende.
Con l’inizio della moda del roman-feuilleton, Dumas subito vi si lancia con Le capitaine Paul (Le Siècle, 1838), e con Le chevalier d’Harmenthal, (Le Siècle, 1841-1842). Ma bisogna aspettare il 1844, Le comte de Monte-Cristo et Les trois mousquetaires, perché il successo diventi paragonabile a quello di Eugène Sue. Da quel punto in poi, Dumas s’impadronisce della scena del roman-feuilleton e sembra occuparlo per intero: 1844-1846 : Le comte de Monte-Cristo ne Le Journal des Débats, 1845 : Vingt ans après ne Le Siècle, La reine Margot ne La Presse, 1845-1846 : Le chevalier de Maison-Rouge ne La Démocratie pacifique, La dame de Montsoreau ne Le Constitutionnel, 1846-1847 : Joseph Balsamo ne La Presse, 1847 : Les Quarante-Cinq ne Le Constitutionnel, 1847- 1848 : Le vicomte de Bragelonne ne Le Siècle. La lista non è completa. Lui stesso disse che grazie alla sua prodigiosa immaginazione e al suo senso innato del teatro aveva enorme facilità a violare la storia, e senza rimorso, e a ingravidarla di racconti che rimangono nella memoria di tutti.
E il teatro amplifica il successo già enorme dei romanzi. il 27 ottobre 1845, va in scena la prima dei Mousquetaires à l’Ambigu-Comique, dalle 18 h 30 all’una del mattino. Dumas ottiene un privilegio per fondare una sala di teatro sua, il Théâtre historique, che inaugurò il 21 février 1847 con La reine Margot (18,30 h – 3 h du matin).
Il successo del Comte de Monte-Cristo è immenso, paragonabile a quello dei Mystères de Paris. I due romanzi infatti ebbero un numero molto grande di riedizioni e divennero matrice d’innumerevoli racconti succedanei.
La prodigiosa fecondità di Dumas e la sua instancabile attività sono stupefacenti. Certo, ebbe dei collaboratori. Si è molto parlato con un termine molto politicamente scorretto oggi, dei suoi “nègres”. Alcuni erano regolari come Auguste Maquet, che collaborò al Chevalier d’Harmenthal, ai Trois mousquetaires, al Comte de Monte-Cristo, a La reine Margot, al Chevalier de Maison-Rouge, e che ebbe lui stesso una produzione come feuillettoniste, ma altri, numerosi, erano collaboratori occasionali. Già all’epoca, la cosa gli procurò molte critiche. Ma va detto, gli studi lo hanno poi appurato, se è vero che questi nègres consultavano al posto suo gli archivi, gli proponevano dei piani dell’opera, organizzavano insomma il romanzo dal punto di vista diegetico, era poi sempre Dumas che decideva, riscriveva, dava insomma il marchio di fabbrica. Tanto che oggi si può tranquillamente dire che la sua opera è realmente sua. 

 

 

Un abito da guascone. I tre moschettieri al cinema. Conversazione con Franco Prono

 

Da domani andrà in scena al Teatro Astra l’ultimo episodio de I Tre Moschettieri firmato TPE, questa volta con la regia di Emiliano Bronzino. E mentre attendiamo l’epilogo di una vicenda che ha appassionato molti spettatori, facciamo un’incursione nel mondo dei lungometraggi.
Gli incontri di approfondimento di natura cinematografica intorno ai Moschettieri sono nati in collaborazione con DAMS dell’Università degli Studi di Torino, con il Museo Nazionale del Cinema e con AIACE Torino e sono stati curati dal Prof. Franco Prono:

Non è sempre scontato organizzare eventi che riguardino il teatro e allo stesso modo il cinema e la televisione, anche perché gli spettatori spesso non sono gli stessi. Quest’anno ho pensato che, dato che I Tre Moschettieri prima di essere un testo teatrale è un grande classico della letteratura, saccheggiato in vario modo dal cinema, valeva la pena scommettere in una manifestazione cinematografica, anche perché i film sui moschettieri sono molti, circa una ventina e di composite tipologie. Stranamente solo uno di questi film è in francese. Escludendo le animazioni e i film muti, ne abbiamo programmati tre.

Lunedì  18 aprile e lunedì 21 marzo le proiezioni de “La maschera di ferro” di Randall Wallace (1998, 132’) e de “I Tre Moschettieri” di Richard Lester  (1973, 106’) si sono svolte presso la Bibliomediateca “Mario Gromo” di via Matilde Serao 8/A, mentre lunedì 7 marzo è stato proposto al Cinema Romano “I Tre Moschettieri” con al regia di George Sidney. “Nell’anno di nostro Signore 1625, mentre l’intrigo e il tradimento dominavano la vita di Francia, un campagnolo della Guascogna, senza presagirlo, si accingeva a mettere in subbuglio quel mondo corrotto”, recita l’incipit del film: il campagnolo, naturalmente, è D’Artagnan (interpretato da Gene Kelly), che, appena giunto a Parigi, conosce tumultuosamente i tre moschettieri del re e inizia insieme a loro numerose avventure. Si tratta di una tra le più celebri versioni cinematografiche del romanzo di Dumas, con una messinscena spettacolare grazie al Technicolor di Robert H. Planck (che ricevette la nomination agli Oscar), al montaggio di Robert Kern e George Boemler, alle sfarzose scenografie curate da Cedric Gibbons e Malcolm Brown, ai costumi di Walter Plunkett e alla colonna sonora di Herbert Stothart. Una curiosità: la regina Anne è interpretata da Angela Lansbury, la celebre protagonista del telefilm ”La signora in giallo”.

Come ci racconta il prof. Franco Prono:

In questo caso l’esperimento è riuscito. Tra il pubblico delle proiezioni c’erano anche persone che erano andate a teatro per seguire le puntate de I Tre Moschettieri e in sala c’era Gianluigi Pizzetti, che interpreta il Re nella produzione TPE. Stuzzicare uno spettatore, incuriosirlo sia al cinema che in teatro non è sempre scontato, ma in questo risiede la grandezza di un classico della letteratura, la cui storia è stata presa in prestito dal cinema prima e in ultimo dal teatro.

E a proposito del lungometraggio di Sidney:

Quella di Sidney è una bellissima trasposizione cinematografica. Io ero piccolissimo quando la vidi. Rappresentò per me, come per tanti coetanei, una forte passione, e pretesi subito il costume da moschettiere per carnevale.

 

Che cosa mangiano I Tre Moschettieri?

Alcune studentesse e alcuni studenti del Corso di Laurea in Culture e Letterature del mondo moderno, coordinati dalla prof.ssa Franca Bruera e dalla dott.ssa Krizia Bonaudo, hanno portato avanti un progetto nell’ambito del corso Geografia e Storia della Letteratura francese. Tale progetto vuole ripensare la letteratura in relazione ai principali sviluppi storico-culturali, geo-politici e sociali di riferimento, rileggere la letteratura non soltanto in relazione alla centralità del modello metropolitano parigino, ma anche e soprattutto nell’ottica di una pluralità di centri d’osservazione legata a spazi e luoghi periferici, rileggendo la letteratura come rete di relazioni tra luoghi geografici e dell’immaginazione  Il progetto è nato in collaborazione con il Teatro Piemonte Europa (TPE), in occasione della rappresentazione in otto puntate de I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas.
Le studentesse e gli studenti del corso di Letteratura francese hanno rilevato come Dumas fornisca informazioni sulle specialità e sui vini più prelibati dell’epoca e metta in guardia dai cibi “meno nobili” e sui luoghi in cui vengono consumati. É possibile individuare una mappa gastronomica dei cibi e dei vini che Dumas nomina ne I Tre Moschettieri:
PRIMI: Minestra
SECONDI: Filetto d’agnello; Filetto di vitello; Fricandò; Lepre; Oca; Ossa di montone; Pesce.; Petto di pollo; Pollo arrosto; Prosciutto; Vitello ai cardi; Blanc de Volailles
CONTORNI: Uova alla coque; Verdure miste; Formaggi; Fave; Piatto di spinaci; Legumi misti
DOLCI: Marmellata di mele cotogne; Dolce di mandorle e miele; Cioccolata; Frutta mista
CARTA DEI VINI: Chabertin; Collioire; Eau-de-vie; Rhum; Vin d’Espagne; Vin de Beaugency; Vin de Bordeaux; Vin de Bourgogne; Vin de Champagne; Vin de Malaga; Vin de Montreuil
Ed ecco alcuni passaggi del romanzo (Il testo di riferimento è Alexandre Dumas, Les TroiMousquetaires, 1844 http://www.ebooksgratuits.com/) in cui Athos, Porthos,  Aramis e d’Artagnan parlano di prelibatezze di vario genere:

Ce dîner se composait de viandes galamment troussées, de vins choisis et de fruits superbes.

« Ah ! pardieu ! dit-il en se levant, vous arrivez à merveille, messieurs, j’en étais justement au potage, et vous allez dîner avec moi.

Oh ! oh ! fit d’Artagnan, ce n’est pas Mousqueton qui a pris au lasso de pareilles bouteilles, puis voilà un fricandeau piqué et un filet de boeuf…

Je me refais, dit Porthos, je me refais, rien n’affaiblit comme ces diables de foulures ; avez-vous eu des foulures, Athos ?

Pardieu ! répondit d’Artagnan, moi je mange du veau piqué aux cardons et à la moelle.

Et moi des filets d’agneau, dit Porthos.  Et moi un blanc de volaille, dit Aramis.

Au lieu de poulet, un plat de fèves fit son entrée, plat énorme, dans lequel quelques os de mouton, qu’on eût pu, au premier abord, croire accompagnés de viande, faisaient semblant de se montrer.

Le tour du vin était venu. Maître Coquenard versa d’une bouteille de grès fort exiguë le tiers d’un verre à chacun des jeunes gens, s’en versa à lui-même dans des proportions à peu près égales, et la bouteille passa aussitôt du côté de Porthos et de Mme Coquenard.

Porthos mangea timidement son aile de poule, et frémit lorsqu’il sentit sous la table le genou de la procureuse qui venait trouver le sien. Il but aussi un demi-verre de ce vin fort ménagé, et qu’il reconnut pour cet horrible cru de Montreuil, la terreur des palais exercés.

Porthos secondo Godard

“Ho preso un materiale bruto, dei ciottoli perfettamente levigati che ho messo gli uni accanto agli altri, e questo materiale si è organizzato”, scrive Jean-Luc Godard a proposito del suo Vivre sa vie. Girato a Parigi tra il febbraio e il marzo del 1962, è il quarto lungometraggio di Godard e prende spunto da un’ inchiesta giornalistica di Marcel Sacotte dal titolo Où en est avec la prostitution?

Nanà, la ventiduenne protagonista della vicenda, non riesce a guadagnare abbastanza per vivere, pur lavorando come commessa in un negozio di vinili. Il film racconta l’avvicinamento della ragazza al meretricio. Abbordata per strada, si concede a pagamento, è poi introdotta da un’amica nel giro della prostituzione, ma durante una discussione con Raul, il  suo lenone, Nanà è ferita a morte da un colpo di pistola e abbandonata sulla strada. Godard ricorre a una tecnica di narrazione frammentata in dodici quadri, allo scopo di ‘‘accentuare l’aspetto teatrale, l’aspetto brechtiano del film’’.

Il film omaggia Dreyer (con spezzoni del suo La passione di Giovanna D’Arco), Edgar Allan Poe (un cliente di Nanà legge per lei ad alta voce alcune pagine da Il ritratto ovale) e anche Alexandre Dumas, che diviene il pretesto per una dialogo sul senso delle parole, del silenzio e sul rapporto tra pensiero e linguaggio. Nell’undicesimo e penultimo quadro, Nanà, seduta in un bar, intavola una conversazione con un uomo seduto vicino a lei (il filosofo Brice Parain), che le racconta la storia della morte di Porthos, uno de I tre moschettieri di Dumas, che riportiamo qui in parte, nella traduzione italiana:

 

“Le scoccia che la stia guardando?”.
“No”.
“Sembra annoiato”.
“Niente affatto”.
“Cosa sta facendo?”.
“Leggo”.
“Mi offre da bere?”.
“Se vuole…”.
“Viene spesso qui?”.
“No. Qualche volta. Oggi è un caso”.
“Perché legge?”.
É il mio lavoro”.
“Strano. Improvvisamente non so più che dire. Mi succede molto spesso. So quello che voglio dire. Ci penso prima di dirlo per sapere se è proprio ciò che bisogna dire, ma al momento di dirlo non sono più capace di dirlo”.
“Sì, ovviamente. Senta, ha letto “I tre moschettieri?”.
“No, ma ho visto il film. Perché?”.
“Perché, vede, là c’è Porthos. Oltre tutto non è ne “I tre moschettieri”, ma in “Vent’anni dopo”. Porthos, il grande, il forte. Un po’ stupido. Non ha mai pensato in vita sua, capisce? Allora una volta deve mettere una bomba in un sotterraneo per farla esplodere. Lo fa, piazza la sua bomba, accende la miccia, poi scappa, naturalmente. Ma mentre corre, improvvisamente si mette a pensare. A cosa pensa? Si chiede come sia possibile che metta un piede davanti all’altro. Sarà senz’altro capitato anche a lei, no? Allora smette di correre, di camminare. Non riesce più. Non riesce più ad andare avanti. Esplode tutto. Il sotterraneo gli cade addosso. Lui lo sorregge con le spalle, è abbastanza forte. Ma alla fine, dopo un giorno o due, non ricordo, viene schiacciato e muore. Insomma, la prima volta che ha avuto un pensiero, ne è morto”.
“Perché mi racconta delle storie del genere?”.
“Così, per parlare…”.
“Ma perché bisogna parlare sempre? Io penso che bisognerebbe spesso stare zitti, vivere in silenzio. Più si parla, più le parole non vogliono dire nulla”.
“Forse, ma… si può?”.
“Non lo so, io…”.
“Sono sempre stato colpito da ciò: non si può vivere senza parlare”.
“Eppure sarebbe bello vivere senza parlare”.
“Sì, sarebbe bello. Sarebbe bello, insomma… È come se ci si amasse di più. Solo che non è possibile. Non ci si è mai riusciti”.
“Ma perché? Le parole dovrebbero esprimere esattamente ciò che si vuole dire. Ci tradiscono?”.
“C’è questo, ma anche noi le tradiamo. Dobbiamo riuscire a dire ciò che abbiamo da dire, poiché riusciamo a scrivere bene. Insomma, è comunque straordinario che un tizio come Platone si possa comunque ancora capire.
Ed è vero, lo possiamo capire! Eppure ha scritto in greco 2.500 anni fa. Insomma, nessuno conosce più la lingua dell’epoca, non è vero, non la si conosce più con esattezza. Quindi, se qualcosa viene trasmesso, si deve riuscire a esprimersi bene. Ed è necessario”.
“E perché bisogna esprimersi? Per capirsi?”.
“Dobbiamo pensare. Per pensare, dobbiamo parlare. Non si pensa in altro modo. E per comunicare, bisogna parlare. E’ la vita umana”.
“Sì, ma allo stesso tempo, è molto difficile. Io penso, al contrario, che la vita dovrebbe essere facile. La sua storia de “I tre moschettieri” forse è molto molto bella, ma è terribile”.

 continua  https://www.youtube.com/watch?v=KBIADXDQNis

Quando i moschettieri diventarono quattro

 

Come in un castello che pretenda di essere romantico deve aggirarsi un fantasma, così in un romanzo, e ancor più se si tratta di un classico, deve annidarsi, nel buio di qualche suo angolo, un irrisolto, un mistero piccolo, che il processo ermeneutico non prende in considerazione ma che si lascia scorgere dal lettore più ingenuo – ad esempio un ragazzo che privilegi i sentieri dell’avventura ignorando quelli della scrittura. La mia lettura de I tre moschettieri risale all’adolescenza, quindi fu vorace e soprattutto emotiva; mi divertiva la guascona spavalderia di D’Artagnan che lo spingeva a sfidare tre temibili spadaccini uno dopo l’altro, ma al tempo stesso, poiché m’identificavo con quel ragazzotto, tremavo per lui come per un mio coetaneo che provocasse temerariamente i professori di greco, latino e matematica. Proseguendo nella lettura, quando il giovanotto fu accettato dai tre maestri e incominciò a condividere con loro la buona e la cattiva sorte, mi sembrò che Dumas avrebbe dovuto ripensare al titolo del suo romanzo (ne avrebbe avuto tutto il tempo, erano trascorse poche pagine) cambiandolo ne “I quattro moschettieri”; in tal modo si sarebbe evitata quell’ingiusta discriminazione generazionale che confina D’Artagnan nel ruolo di eterno precario della spada. A questo titolo, insomma, mi è sempre sembrato che mancasse un centimetro, ma, ripensandoci, si tratta di una zoppia amarognola e leggiadra che arricchisce il romanzo come, secondo alcuni, il leggero strabismo degli occhi di una bella donna.

Sfumature. Che svanirono quando i moschettieri divennero quattro nella reinvenzione radiofonica di Nizza e Morbelli, che conobbe quattro edizioni, dal 1934 al 1937. Di questa impresa multimediale ci sono giunti pochi reperti (uno ve lo proponiamo con questo link: https://www.youtube.com/watch?v=zXRHDIzdL1g). Per un puro caso (anagrafico), fui testimone dell’onda lunga generata da “I quattro moschettieri”; erano passati più di quindici anni e ancora si ricordavano le follie dei collezionisti per l’introvabile figurina del Feroce saladino; il libro, pubblicato dalla Buitoni/Perugina, era conservato con una cura che rasentava la devozione; qualche volonteroso eseguiva al pianoforte gli spartiti delle canzoni, che peraltro molti canticchiavano ancora (“Sta Luigi, re di Francia,/con tre pulci sulla pancia;/ una salta, l’altra vola,/l’altra tira alla pistola”; “Avevo un cagnolino pechinese…”). L’immersione del romanzo di Dumas nel metatemporale e al tempo stesso nella contemporaneità fu radicale: grazie all’onnipotenza del mezzo radiofonico, i Quattro si spostavano dalla Francia di Luigi XIII alla Russia, per far visita alla Grande Caterina, poi a Hollywood, dove incontravano i giovani divi del cinema americano, da Clark Gable a Marlene Dietrich. L’incidenza della trasmissione sui tempi era rafforzata da un solido (?) aggancio con la merce e il consumo. Tra le iniziative promozionali che la Buitoni/Perugina abbinò alla trasmissione, di particolare successo fu il concorso a premi basato sulla raccolta di figurine contenute nelle confezioni dei prodotti dello sponsor – tavolette di cioccolata, per lo più: una figurina per ogni tavoletta. Chi riusciva a completare centocinquanta album vinceva vincere l’utilitaria Topolino. Tra il luglio del 1936 e il marzo del 1937 ne furono distribuite ben duecento. Che cosa rimase del romanzo di Dumas, investito da questo turbine multimediale? Lo scheletro, ma non solo: miracolosamente, i disegni delle figurine (firmate da Angelo Bioletto) calavano in un corpo (grafico) i quattro protagonisti, caratterizzandoli meticolosamente sulle fisionomie di Dumas; nasceva così un’inquietante tensione fra l’immagine, ancora profumata di cioccolato, e l’inafferrabile delle voci radiofoniche; l’ascoltatore, per la prima volta, veniva coinvolto non solo tramite l’udito ma anche la vista e, in qualche modo, l’olfatto e il gusto. Con la promozione di D’Artagnan a quarto, effettivo moschettiere, l’alone romantico che aveva avvolto i tre eroi originari si era dissolto ed era stato sostituito dal canto delle sirene di una cultura di massa che dopo qualche decennio sarebbe diventato il grande corale in cui tutto si fonde.

 

 

I TRE MOSCHETTIERI: dall’inchiostro al palcoscenico

Intorno ai Moschettieri sono stati pensati degli incontri di approfondimento, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino: alcuni docenti, attraverso specifiche lezioni all’interno degli spazi del Teatro Astra, coinvolgono registi, scenografi, costumisti, attori e tecnici che fanno parte del progetto de I Tre Moschettieri in 8 puntate e offrono la possibilità di brevi incursioni in palcoscenico per assistere all’allestimento delle puntate. Martedì 23 febbraio si è tenuta la lezione della prof.ssa Eva Marinai dal titolo “Dalla narrativa alla scena: un Trionfo per I Tre Moschettieri”, caratterizzata da un’introduzione sul feuilletton (in particolare sul rapporto tra narrazione e teatro) e poi da un incontro-intervista con Beppe Navello, per indagare il passaggio dalla scrittura drammaturgica di Aldo Trionfo per I Tre Moschettieri alla messa in scena, dal primo esperimento a oggi, al Teatro Astra. Due allieve del corso di Storia del teatro della prof.ssa Marinai hanno raccontato questo incontro:

Da una collaborazione tra la Fondazione TPE e l’Università di Torino è nata l’idea di partecipare ad una lezione-incontro tra la nostra docente di Storia del Teatro, Eva Marinai, e il direttore della Fondazione, Beppe Navello, in occasione della realizzazione de I tre Moschettieri. L’incontro al Teatro Astra, dal titolo “Dalla narrativa alla scena: un Trionfo per I tre moschettieri”, cui hanno partecipato circa sessanta studenti del corso di studi in Lettere, si è svolto durante la mattina del 23 febbraio con la testimonianza di Beppe Navello ed è proseguito fino al tardo pomeriggio con le prove di Gigi Proietti. Dopo un’introduzione in cui la docente, Prof.ssa Marinai, ci ha parlato del feuilletton e del rapporto tra narrazione e teatro, leggendoci alcuni passi tratti da alcune Note di regia di Aldo Trionfo (autore del testo drammatico tratto dal romanzo d’appendice) sul tema “diegetico-mimetico”, ci ha raggiunti il regista e direttore del Teatro Beppe Navello, per l’incontro-intervista sulla messa in scena dei Tre moschettieriStagione 1986/1987.

Si tratta della prima volta in cui Beppe Navello, allora direttore del Teatro Stabile dell’Aquila, oggi alla guida della Fondazione TPE (Teatro Piemonte Europa) con sede al Teatro Astra di Torino, decide di sperimentare lo spettacolo seriale attraverso la messa in scena del famoso romanzo d’appendice di Dumas, I Tre Moschettieri. Il successo è immediato, le dodici puntate infatti raggiungeranno il tutto esaurito. 

“Un romanzo che ha segnato la mia giovinezza e che tutt’ora considero uno dei più grandi capolavori della storia della letteratura”, sono le parole d’esordio del nostro incontro con il regista, che a distanza di trent’anni decide di impegnarsi nuovamente nel progetto e nella messinscena del primo episodio dei Tre moschettieri (riadattato per il teatro da Aldo Trionfo), avvalendosi, per le successive puntate (su drammaturgia di Ettore Capriolo, Ghigo De Chiara, Aldo Nicolaj, Renato Nicolini), di una fiorente collaborazione di altri registi italiani di rilievo, alcuni di essi già collaboratori della versione anni Ottanta: Ugo Gregoretti, Gigi Proietti, all’epoca assieme a Maurizio Scaparro, Mario Missiroli e Attilio Corsini, mentre oggi con Piero Maccarinelli, Myriam Tanant, Andrea Baracco, Robert Talarczyk, Emiliano Bronzino, affiancati dal medesimo scenografo di allora: Luigi Perego.

Libertà, amicizia, coraggio e lealtà sono alcuni degli ingredienti principali di quest’avventura letteraria ornata da intrighi amorosi e da tradimenti, che sul palcoscenico prende vita in forma comico-musicale, di vaudeville, grazie alla trasposizione scenica dei drammaturghi sopracitati e alle note del compositore Germano Mazzocchetti.

Navello, regista del testo di Trionfo, evoca gli incontri con il grande artista genovese: “Ricordo benissimo quando andai a Genova da Aldo Trionfo. Lo avevo conosciuto anni prima durante la sua direzione al Teatro Stabile di Torino. Era l’estate del 1986 e gli volevo chiedere se, accanto a Missiroli, Gregoretti e Proietti, mi avrebbe firmato la regia di una delle puntate de I Tre Moschettieri che sarebbe andato in scena all’Aquila dal 12 dicembre di quell’anno per tutta la stagione. Mi rispose che non ce l’avrebbe fatta, era già stanco e malato; ma che sarebbe stato felice di scrivere l’adattamento dal romanzo di Dumas”. Così le parole di Navello, velate da una leggera malinconia, ci conducono nella genesi di questo straordinario kolossal teatrale.

Un’avventura memorabile dunque, che oggi viene rinnovata al Teatro Astra, grazie a una nuova sollecitazione del Ministero che chiede ai Teatri Nazionali o a Rilevanza culturale di diventare stabili nel proprio territorio, costruendo da un lato un rapporto duraturo con il proprio pubblico, e assicurando, dall’altro, una continuità di lavoro e di crescita professionale ai giovani attori italiani. Un nuovo viaggio che non vuole, però, essere un semplice revival: se infatti una certa continuità con il passato è data dalla presenza di alcuni dei protagonisti di allora nella direzione, però, di una valorizzazione dei giovani attori, gli elementi di novità non mancano. Il numero di puntate è stato, infatti, ridotto notevolmente, passando da dodici a otto, e i copioni hanno “subìto” un ulteriore processo di riscrittura e attualizzazione.

La differenza con il passato è evidente anche nell’allestimento scenografico, realizzato da Luigi Perego in collaborazione con il Teatro Regio di Torino, che segue una pianta rettangolare che abbraccia e coinvolge l’intero pubblico, creando uno spazio scenico immerso tra gli spettatori, i quali si trovano a contatto diretto con i corpi degli attori.

Un salto nel tempo in una Parigi seicentesca dai tetti rossi, che per sessanta minuti catapulta lo spettatore in una scenografia tutta interattiva, a dir poco “tridimensionale”, e che gli permette di evadere dal capoluogo piemontese anche grazie a un’insolita dimensione olfattiva delle piazze parigine, ricreata da un delicato effluvio dalla ditta artigianale di profumi Tonatto. Come in tv, infatti, gli attori proporranno dei caroselli: ad ogni puntata l’azione verrà interrotta per trenta secondi al fine di promuovere gli sponsor che hanno finanziato tale progetto.

Un’attenzione di non poco conto quindi quella verso il pubblico, che diventa protagonista, insieme agli attori di un momento che si potrebbe definire di festa collettiva.

A conclusione del nostro incontro, Navello ci spiega come la ragione principale di riprendere in mano questo progetto nasca, oggi come allora, dall’esigenza di sostenere il lavoro giovanile. La compagnia è infatti composta da quaranta giovani attori prevalentemente under 35, di cui annotiamo solo qualche nome: Luca Terracciano (D’Artagnan), classe ’88, diplomato presso la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, attivo anche nel cinema e nella televisione; Daria Pascal Attolini (Milady) classe 82, diplomata alla Paolo Grassi nel 2007; Alberto Onofrietti (Athos); Diego Casalis (Porthos); Marcella Favilla nel ruolo di Anna d’Austria, regina di Francia. Infine, aggiunge: “la selezione del cast ha creato non poche difficoltà, poiché i nostri giovani ragazzi dovevano saper cantare, ma alla fine tutto si è risolto per il meglio e ci siamo divertiti parecchio”.

 

Sabrina Ventrone e Martina Di Nolfo