After Shakespeare

Il mio primo Shakespeare. Alberto Gozzi, Lidia Ravera

Si sono celebrati ieri i 400 anni dalla morte di William Shakespeare. Il Bardo ha modificato il modo di percepire i sentimenti, anticipato discipline del pensiero, creato personaggi topici. Sei autori (Nicola Fano, curatore del progetto, Alberto Gozzi, Donatella Musso, Sergi Pierattini, Lidia Ravera, Lia Tomatis), in un progetto firmato TPE, hanno composto altrettanti spettacoli teatrali immaginando il destino dei suoi tanti eroi dopo che cala il sipario. Questa sera, dalle ore 19, si svolgerà il secondo e ultimo appuntamento con la Maratona After Shakespeare, tre mise-en-espace dedicate al Bardo approdano nella suggestiva cornice del Circolo dei Lettori.
Alberto Gozzi e Lidia Ravera, le cui pièce Puck e L’allodola e Salvate Desdemona, insieme a A Losing suit di Sergio Pierattini, sono in scena questa sera dalla 19 al Circolo dei Lettori, ci hanno regalato un ricordo del loro primo Shakespeare:

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE di Alberto Gozzi
Il teatro erano i burattini, cinque o sei teste di legnaccio escoriato, e non poteva essere altrimenti, con le craniate che si scambiavano – perché la mia drammaturgia, come tutte quelle dei bambini, era essenziale, tipo: entra A, poniamo Fagiolino (maschera bolognese sottoproletaria, con un sorriso etrusco ma più sul demente che sull’indecifrabile), che incontra B (poniamo il Diavolo, quasi sempre lui): «Ah, sei tu!», «Ah, sei tu!»: si bastonano a sangue. Col tempo, quei burattini avevano finito per metter su delle facce da galeotti più impegnati nella lotta per la sopravvivenza che nell’arte scenica. Anche le donne: una ragazzotta (forse una Rosaura) era guercia; un’altra, che se la tirava a regina o almeno a dama di corte, aveva sacrificato alla carriera mezzo naso; un terzo individuo femminile evidenziava due labbroni protuberanti e violacei; forse erano stati rossi come ciliegie da mangiare di baci ma all’epoca ricordavano le foto segnaletiche di quelle sventurate donne che i protettori punivano quando non raggiungevano l’incasso minimo quotidiano. Non diversamente dalle anime semplici e da alcuni critici che, poco agili nel passaggio dal particolare all’universale, non distinguono lo spettacolo a cui stanno assistendo da un più ampio concetto di teatro, nella mia prima infanzia finivo per identificare l’arte scenica con quella discarica di teste di legno che facevo ferocemente scontrare.
L’attore, inteso come organismo integro e autonomo, si rivelò quando avevo sei anni, sotto un tendone montato da una compagnia di girovaghi che sarebbero piaciuti a Fellini, allora ventottenne. Nel cielo della serata estiva, l’azzurro si ostinava a non morire, anzi filtrava fra le panche della platea per risalire poi fino al palcoscenico dove andava a lambire il corpo di una donna avvolta e insieme svelata da un capo d’abbigliamento che nella mia ingenuità avrei definito una camicia da notte, bianca, vaporosa, per nulla paragonabile a quelle delle donne di casa, così spesse e amorfe. La donna si accompagnava, chissà perchè, con un uomo cattivo e nero quasi quanto la sua barba, che alla fine la uccideva in un rallenty ricco di particolari insostenibili per un bambino; quell’esito mi sembrò tanto più raccapricciante in quanto generato dall’ottusità di lui, proprio come lo erano certe punizioni immotivate dei genitori. Ma lo sgomento maggiore non derivava dall’efferatezza della scena, bensì dalla contraddizione, di cui mi sentivo prigioniero per sempre, fra l’orrore e il senso di colpevole appagamento che esso aveva generato in me.
Solo dopo un lasso di tempo indistinto potei ricostruire che quelle due figure senza nome erano Desdemona e Otello

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE di Lidia Ravera 

È stato proprio un Otello, il mio primo Shakespeare, per il tramite del signor Orson Wells. Non mi ricordo quanti anni avevo, ma dovevano essere davvero pochi. Così pochi da farmi provare un dolore intollerabile nell’assistere alla violenza contro Desdemona. è uno dei miei primi ricordi di ragazza. Desdemona inerme nel suo letto che subisce le macchinazioni e le menzogne, i giochi di potere fra maschi, la loro forza soverchiante. Il piccolo mondo maschile di Iago e Cassio, dei loro scatti di carriera, degli opportunismi e delle ambizioni che si riversa su una ragazza innamorata e fiduciosa, che aspetta il suo uomo. Fra le lenzuola della festa.
Avevo tredici anni? Quattordici? Ero in un cinema d’essai? Il film era uscito nel 1952, faticò a trovare una distribuzione, anche se era stato girato in Italia.
Io lo vidi nella seconda metà degli anni sessanta? Non ricordo i dettagli, seguivo la mia sorella maggiore sempre, era lei che mi portava a vedere i film “importanti”. Ma ricordo perfettamente il sentimento di ribellione. Io ti vendicherò, Desdemona! Io ti salverò.

Il mio primo Shakespeare. Nicola Fano, Lia Tomatis, Donatella Musso.

Sei appuntamenti dedicati all’eredità di Shakespeare hanno accompagnato il pubblico del Teatro Astra da febbraio alla scorsa settimana. Oggi e domani le 6 mise-en-espace approdano nella suggestiva cornice del Circolo dei Lettori, in una maratona che celebra i 400 anni dalla morte del Bardo, che cade proprio nella data del 23 aprile.
I sei autori che si sono misurati con le riscritture/rielaborazioni di alcuni testi dell’autore inglese si sono chiesti, traducendone le risposte in un composito materiale letterario, quale sia stato l’effetto (al di là del teatro in senso stretto) di Shakespeare sul mondo, sui modi della scrittura, sui rapporti tra individui, e hanno disegnato uno Shakespeare vicino alla contemporaneità.
Nicola Fano, Lia Tomatis e Donatella Musso, le cui pièce sono in scena questa sera dalla 19 al Circolo dei Lettori, ci hanno regalato un ricordo del loro primo Shakespeare:

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE, di Nicola Fano
Il primo Shakespeare della mia vita era un Amleto che mi ha fatto dormire. Certo, avevo visto tanti altri Shakespeare, prima; e ancora di più ne avevo letti, ma il sonno che mi avvinse davanti a quell’Amleto (con Gabriele Lavia e Monica Guerritore, saranno stati trent’anni fa) mi fece scattare dentro qualcosa di nuovo. Nella vita ho visto alcune migliaia di spettacoli teatrali: due sole volte mi sono addormentato. Una volta fu colpa mia, poiché ero troppo stanco; l’altra volta fu merito di quell’Amleto. Dico merito perché alle volte il sonno dello spettatore genera sogni di poesia, non necessariamente mostri. Allora, mi irrigidii di fronte alla impossibilità di condividere i tormenti di quel giovane pazzo e mi risolsi a pensare che Shakespeare lo aveva pensato e scritto in modo diverso. E allora mi convinse che fosse possibile tirare per la giacca quell’autore, senza che lui se ne avesse a male. Per questo, da allora, ho continuano a tirarlo per la giacca: a portarlo di qua e di là nel passato e nel presente delle sue storie e delle nostre storie. Forse, sui miei libri o davanti ai miei spettacoli qualcuno si sarà anche addormentato: ma, se è successo, sarà stata colpa mia e merito di Shakespeare.

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE, di Lia Tomatis
Non saprei dire quando è stato il mio primo “incontro” con Shakespeare, anche perché le sue parole sono oggi talmente diffuse non solo nell’ambito culturale del nostro vivere, ma anche nel quotidiano, nei nostri modi dire, di fare, di pensare, che molto spesso lo incrociamo inconsapevolmente. Quello che vorrei condividere, invece, è un pensiero sul perché Shakespeare e la sua poesia sono così inevitabilmente importanti. Sono parole che ho scritto mentre stavo completando la prima stesura de Il sogno di Bottom, dopo aver riletto La tempesta: “C’è talmente tanta Bellezza nel mondo che se la percepissimo davvero tutta forse non resterebbe spazio per nient’altro. Distratti dalla Bellezza. E chi mangia più? Chi dorme più? Deve essere per questo che ci siamo involuti disimparando la Bellezza. E ora siamo grassi, dormiglioni e col fiato corto. Che gran lavoro la Bellezza invece. Che ti manca il respiro, che ti passa l’appetito, che ti tiene sveglio in piena notte e ti fa sognare in pieno giorno. Una fatica la Bellezza. Ma vale la pena, eccome se vale la pena.

 

IL MIO PRIMO SHAKESPEARE, di Donatella Musso
Sogno di una notte di mezza estate, a cinque anni.
Cugini e amici sono accolti in una antica casa detta Il Mondo.
Circolano copioni del Sogno scritti a mano con inchiostro viola. Adulti e bambini si aggirano tra le stanze e in giardino, entrano negli attimi oscillanti dell’inizio. Forse è già sera, sui tavoli ci sono molte candele accese.
Un Puck truccato con carbone è mio cugino Erberto. La sua ultima fidanzata si chiama Soave, attrice a Roma, pettinata alla Veronica Lake, è Titania e io la seguo incantata, ornata come è di penne di pavone, ma di Titania ce ne sono anche altre due, tutte con copione in violetto, si alternano, si scambiano i tempi, ridono con la bocca rossa. I miei genitori si sdoppiano, diventano altro dalla abituale vita di casa. Mio padre, di tanto in tanto, mi raggiunge e mi accarezza, ha la mano calda e forte. Un altro cugino, Angelo, mi conduce a un interruttore centrale e mi invita a spegnere e a accendere a volontà. Sono maestra di luce.
Percepisco che il rito si celebra in casa, lungo le scale, e fuori, sotto gli alberi.
Gli adulti che vedo immersi in un gioco teatrale sono giovani shakespeariani che vogliono vivere, sono tutti passati attraverso una guerra che ha ucciso alcuni loro amici, sono l’Italia che cammina.
Da allora quella festa è profondamente finita. Rimane una vasta pace inconsolabile, quella dei fulgori.

Il mio primo Shakespeare. Paolo Bertinetti, Una sera con James Dean

Paolo Bertinetti, professore ordinario di Letteratura inglese, studioso del teatro inglese, della narrativa inglese del Novecento e delle nuove letterature in inglese, che per Einaudi ha tradotto l’Amleto e La tempesta e ha curato l’edizione del Teatro completo di S. Beckett, ci ha regalato un ricordo del suo primo Shakespeare.
Siamo ormai prossimi al 23 aprile e alla celebrazione dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare: il TPE ricorda il Bardo con la maratona After Shakespeare, il 23 e 24 aprile al Circolo dei Lettori.

 

Il mio primo Shakespeare è stato Amleto. Non a teatro, ma sulla pagina. Il libro me lo aveva regalato per Natale mio cugino, che aveva una ventina d’anni più di me e che era uomo di buone letture.  Il 31 dicembre 1957 andammo tutti al cinema a vedere  “Il gigante”. Io, pur essendo piccolino (non avevo ancora compiuto 14 anni), ero un fan di James Dean, che mi piaceva moltissimo per i suoi atteggiamenti da ribelle e avevo insistito molto perché si andasse a vedere quel film. Che naturalmente mi piacque molto. Quando tornammo a casa decisi che per concludere degnamente la serata, in attesa della mezzanotte, dovevo fare qualcosa di indiscutibile valore simbolico. Presi il volume, che ancora non avevo aperto, e cercai la pagina dove sapevo che c’era il monologo più famoso di tutto il teatro di Shakespeare (di tutto il teatro, in realtà). E lo declamai ad alta voce, come immaginavo che l’avrebbe potuto recitare James Dean.  Lo lessi in quella vecchia traduzione, che però, per quanto riguarda il primo verso, era quella giusta: “Essere o non essere: questo è il problema”. In tempi recenti qualche dotto studioso ha tradotto diversamente. Sbagliando.
Paolo Bertinetti

Dance macabre. 64 modi di morire (secondo Shakespeare)

Come muore Lady Macbeth? E come Cordelia nel King Lear? Quale il destino di Desdemona in Othello? Tutte le morti violente avvenute nelle tragedie di Shakespeare sono state racchiuse in un’infografica ideata da Cam Magee e Caitlin S. Griffin. Lo stile solletica memorie di pupazzetti tratti dal repertorio della rete, gli stessi che si usano per le toilette, i lavori stradali o le strisce pedonali, e sono un modo molto ironico per ricordare Shakespeare in occasione del 400° anniversario dalla sua dipartita. Tragedie a parte, anche un piccolo bonus, The Winter’s Tale: l’immagine della fuga di Antigono, inseguito dall’orso che lo sbranerà.
E, a proposito delle celebrazioni dedicate a Shakespeare, il 23 e 24 aprile dalle ore 19, al Circolo dei lettori va in scena la Maratona After Shakespeare, tutti e sei i capitoli del progetto firmato TPE dedicato al quarto centenario della morte del drammaturgo.
Il Bardo ha modificato il modo di percepire i sentimenti, anticipato discipline del pensiero, creato personaggi topici. Sei autori (Nicola Fano, curatore del progetto, Alberto Gozzi, Donatella Musso, Sergio Pierattini, Lidia Ravera, Lia Tomatis) hanno composto altrettanti spettacoli teatrali, immaginando il destino dei suoi eroi dopo che cala il sipario, l’effetto di Shakespeare sul mondo, al di là del teatro in senso stretto.
In scena al Circolo dei Lettori, sabato 23 aprile:
LA SIGNORA SHAKESPEARE di Nicola Fano
IL SOGNO DI BOTTOM di Lia Tomatis
LADY M di Donatella Musso

e domenica 24 aprile:
PUCK E L’ALLODOLA di Alberto Gozzi
SALVATE DESDEMONA di Lidia Ravera
A LOSING SUIT di Sergio Pierattini

 

Un gioco teatrale

L’appuntamento con il ciclo After Shakespeare, che la Fondazione TPE dedica ai 400 anni dalla morte del Bardo, continua questa sera e domani alle 19 alla Sala Prove del Teatro Astra. In scena Lady M. di Donatella Musso, con Carlotta Viscovo e Maria José Revert, scene e costumi di Barbara Tomada, luci di Mauro Panizza e regìa di Alberto Gozzi.

Lady M. racconta la storia di una donna che si trova a comandare in un mondo normalmente gestito dagli uomini. Come Lady Macbeth, la sua vocazione è bramare il potere e, una volta conquistato, mantenerlo fino all’ultimo sangue. Siamo nel contesto di una comunità araba che alimenta terrorismo e conflitti ideali e religiosi. Lady M. ha bisogno di una donna che si faccia esplodere per l’ennesimo attentato, ma tutte le sue donne tradiscono. E quindi, alla fine, le resta solo la via dell’autodistruzione.

E mentre attendiamo lo spettacolo di questa sera, vi proponiamo il Primo Shakespeare di Donatella Musso, un suo personalissimo ricordo del primo incontro con il Bardo:

Sogno di una notte di mezza estate, a cinque anni.

Cugini e amici sono accolti in una antica casa detta Il Mondo.

Circolano copioni del Sogno scritti a mano con inchiostro viola. Adulti e bambini si aggirano tra le stanze e in giardino, entrano negli attimi oscillanti dell’inizio. Forse è già sera, sui tavoli ci sono molte candele accese.

Un Puck truccato con carbone è mio cugino Erberto. La sua ultima fidanzata si chiama Soave, attrice a Roma, pettinata alla Veronica Lake, è Titania e io la seguo incantata, ornata come è di penne di pavone, ma di Titania ce ne sono anche altre due, tutte con copione in violetto, si alternano, si scambiano i tempi, ridono con la bocca rossa. I miei genitori si sdoppiano, diventano altro dalla abituale vita di casa. Mio padre, di tanto in tanto, mi raggiunge e mi accarezza, ha la mano calda e forte. Un altro cugino, Angelo, mi conduce a un interruttore centrale e mi invita a spegnere e a accendere a volontà. Sono maestra di luce.

Percepisco che il rito si celebra in casa, lungo le scale, e fuori, sotto gli alberi.

Gli adulti che vedo immersi in un gioco teatrale sono giovani shakespeariani che vogliono vivere, sono tutti passati attraverso una guerra che ha ucciso alcuni loro amici, sono l’Italia che cammina.

Da allora quella festa è profondamente finita. Rimane una vasta pace inconsolabile, quella dei fulgori irrepetibili.

 

Donatella Musso

 

After Shakespeare. DONATELLA MUSSO, LADY M. Divagazioni fra Shakespeare e Verdi prima di andare in scena

Nel melodramma ottocentesco, la cavatina è l’aria con la quale i personaggi di spicco si presentano, quella che cantano alla loro prima entrata in scena, una sorta di autoritratto, insomma, nel quale si traccia un primo profilo del personaggio e, al tempo stesso, si fornisce all’interprete una buona occasione per mettere in mostra le risorse della sua voce. A volte, il virtuosismo coincide con un narcisismo travolgente, come nella celeberrima cavatina di Figaro “Largo al Factotum”; in altri casi, il disegno dell’autoritratto segue sentieri più indiretti, come nel caso della Lady Macbeth di Verdi. Nella stesura del libretto, Francesco Maria Piave lavora, diremmo oggi, “asciugando” la drammaturgia di Shakespeare: Verdi gli sta alle costole (a lui come a tutti gli altri suoi librettisti), e per quanto la sua devozione per Shakespeare sia quasi religiosa, la sua attenzione alla sceneggiatura è ferrea: in un  melodramma, la parola dev’essere lo scheletro, una struttura bilanciata e funzionale sulla quale il compositore crea il complesso discorso musicale. Tornando a Lady Macbeth, le entrate in scena delle protagoniste di Verdi e di Shakespeare avvengono nello stesso punto della trama; anche la situazione scenica è identica: leggono la lettera nella quale il marito, Macbeth, racconta come le tre streghe gli abbiano profetizzato l’ascesa al trono. La sintesi che caratterizza (forzatamente) il libretto di Piave plasma una Lady Macbeth crudamente pragmatica; “Ma sarai tu malvagio?” è una domanda terribilmente diretta; non so perché, mi evoca, grazie a una vertiginosa attualizzazione, la reazione di una moglie manager dei tempi nostri di fronte alla profezia che il marito, un intelligente e svagato economista, diventerà Direttore Generale di Mediobanca: “, Speriamo che abbia le palle…” Ma il dubbio della Lady è passeggero perché la cavatina si conclude con un imperativo che, nonostante la forma arcaica, è di una chiarezza che non ammette repliche: “Ascendivi a regnar”, come a dire: “Se capita l’occasione, prendila al volo senza tante storie”.

https://www.youtube.com/watch?v=avcT52vTeE8

 

 Verdi, Macbeth, SCENA V

Atrio nel castello di Macbeth che mette in altre stanze. Lady Macbeth leggendo una lettera.

LADY “Nel dì della vittoria io le incontrai/ Stupito io n’era per le udite cose;/ Quando i nunzi del Re mi salutaro/ Sir di Caudore, vaticinio uscito/ Dalle veggenti stesse/ Che predissero un serto al capo mio./ Racchiudi in cor questo segreto. Addio.”/ Ambizioso spirto/ Tu sei MacbettoAlla grandezza aneli,/ Ma sarai tu malvagio?/ Pien di misfatti è il calle/ Della potenza, e mal per lui che il piede/ Dubitoso vi pone, e retrocede!/ Vieni t’affretta! Accendere/ Ti vo’ quel freddo core!/ L’audace impresa a compiere/ Io ti darò valore;/ Di Scozia a te promettono/ Le profetesse il trono…/ Che tardi? Accetta il dono,/ Ascendivi a regnar.

Simili divagazioni sulle riscritture shakespeariane mi vengono suggerite da questi ultimi giorni di lavoro sul testo di Donatella Musso, Lady M, con Carlotta Viscovo (la Lady), Maria José Revert (il Coro) e il tecnico Mauro Panizza. Anche questa Lady M, nel linguaggio metrico del testo presenta, a suo modo, una cavatina: “Quello che è fatto non si può disfare./ Conoscevo la strada fin da bambina/ dio, incoronami di rose di dolori/ dolori dei miei nemici sanguinanti / nemici cui farò cavare gli occhi/ dio, dammi la verità dentro/ sferica come una luce / perfetta/ io non ho bisogno di racconti. Qui Macbeth, l’asse debole della tragedia, non c’è, è stato inghiottito da un preambolo mai scritto e ha lasciato alla moglie il compito disostituirlo in una missione che ha come finalità non il potere, ma la morte, paradossale riscatto di una condizione femminile che può assaporare solo nell’estremo sacrificio l’ebbrezza di un bestiale ruolo maschile.

Shakespeare, prima del calcio d’inizio

Il ciclo After Shakespeare, che la Fondazione TPE dedica ai 400 anni dalla morte del Bardo, continua questa sera e domani alle 19. L’appuntamento è con A Losing Suite di Sergio Pierattini, con Tatiana Lepore e la regia di Alberto Gozzi, in scena alla Sala Prove del Teatro Astra.

Abbiamo chiesto ad alcuni amici del blog di raccontarci il loro Primo Shakespeare attraverso un racconto/ricordo/aneddoto.

Ringraziamo Luca Ragagnin, scrittore, poeta e paroliere, che ci ha regalato questi ricordi:

 

”Shakespeare da ragazzino fu per me una sorta di falsa partenza. I miei ricordi “shakespeariani” più cari sono legati a due persone in particolare che, qualche anno più tardi, me lo porsero come un amico, una guida moderna per la vita che stavo vivendo. Elena De Angeli era diventata il mio editor e, una volta alla settimana, mi invitava a casa sua per una cena o un aperitivo stracolmo di chiacchiere letterarie, di consigli, di scambi di letture. Fu così che, molte cene (o aperitivi) più tardi mi parlò del suo adattamento per i ragazzi de La Tempesta. Mi procurai una copia del volume e da quello incominciai a rileggere ciò che già conoscevo e a leggere il “nuovo”. Ma lo Shakespeare che in gioventù mi aveva sconvolto era quello dei sonetti, e qui entra in gioco la seconda persona, Malcolm Skey, un fine anglista e un uomo dalla cultura impressionante. Veniva ogni tanto a casa mia per vedere qualche partita di calcio e, prima del calcio d’inizio, quasi come un rito, era solito recitarmi a memoria un sonetto. Mi annunciava il numero in italiano e poi, con un registro da attore consumato e una dizione inarrivabile, incominciava. Era una delizia ascoltarlo. A queste due persone scomparse precocemente e che così tanto hanno operato per la cultura italiana da dietro le quinte, dedico il ricordo del “Mio Bardo”.

Luca Ragagnin

 

How many Shakespeare?

“Se i giovani lettori avranno sentito il desiderio di leggere questi racconti, di gran lunga più vivo è il nostro desiderio che i Drammi originali di Shakespeare possano dimostrare loro, quando saranno adulti, di essere qualcosa che arricchisce la fantasia, che tempera la forza d’animo, che fa arretrare di fronte all’egoismo e alla venalità, di essere, insomma, una lezione di pensieri e azioni onorevoli, atti a insegnare la gentilezza, la benevolenza, la generosità e l’umanità, perché le pagine del grande scrittore sono tutte infiorate di mirabili esempi di queste elette virtù.”

La prefazione degli autori a Tales from Shakespeare, racconta il sodalizio dei due fratelli Charles e Mary Lamb, che si cimentarono nell’adattamento di 20 tra tragedie e commedie del Bardo, con l’intento di renderle più comprensibili ai giovani lettori, in forma di racconto: Tutto è bene quel che finisce bene, Sogno di una notte di mezza estate, La bisbetica domata, Racconto d’inverno, La commedia degli equivoci, Molto rumore per nulla, Misura per misura, Come vi piace, La dodicesima notte, I due gentiluomini di Verona, Timone di Atene, Il mercante di Venezia, Romeo e Giulietta, Cimbelino, Amleto, Re Lear, Otello, Macbeth, Pericle, La tempesta. 

I Racconti furono scritti dai due fratelli nel 1806 e stampati nello  stesso anno con il sottotitolo “designed for the Use of Young” e pubblicati per la casa editrice Children’s Library. Questi ‘riassunti imperfetti’ volevano essere un punto di partenza, un preludio alla lettura delle opere originali e ancora oggi la riscrittura letteraria dei fratelli Lamb è presa a modello per la sua accessibilità, nonché scrupolosità e fedeltà all’originale.

Shakespeare è il grande narratore dei sentimenti, più che dei personaggi. Lo sanno bene i sei autori che si sono misurati con le riscritture/rielaborazioni di alcuni testi dell’autore inglese, in occasione dei quattrocento anni dalla morte e del ciclo After Shakespeare proposto dalla fondazione TPE. Essi si sono chiesti, traducendone le risposte in un composito materiale letterario, quale sia stato l’effetto (al di là del teatro in senso stretto) di Shakespeare sul mondo, sui modi della scrittura, sui rapporti tra individui, e hanno disegnato uno Shakespeare vicino alla contemporaneità.

Sergio Pierattini, il cui monologo A Losing suite andrà in scena nella Sala Prove del Teatro Astra l’1 e il 2 aprile, con Tatiana Lepore e con la regia di Alberto Gozzi, immagina che Jessica, la figlia di Shylock de Il mercante di Venezia, alla fine torni dal padre per farne ancora una volta il capro espiatorio di colpe (forse) commesse da altri. E così, in un lungo monologo, Gessica ripercorre i tratti di una generazione senza padri, che ha cercato di tradire fino alle radici le proprie origini senza neppure riuscire a salvarsi:

”Crederanno che siamo impazziti. Ritornare? Noi. Il coraggio. La sfrontatezza. Dopo quello che ho fatto. Osare mostrarmi così sfacciatamente. Come se nulla fosse mai accaduto. Avete ragione. E non spingete, per favore! Mi fate male! Ho detto che sono pronta. Andiamo! Sono trnata per rendermi alla giustizia. Il carcere certo. Io carcere, poi il processo, la sentenza e la morte se morte deve essere. Ma fate piano! E voi signori, piano con quei sassi! Tirateceli pure addosso ma fate piano, con delicatezza! Avrete giustizia! Piano! Malnati! Avrete giustizia! Statene certi, eccome se l’avrete! Giustizia! Ce ne sarà per tutti!”.